Non sempre la formazione professionale è in grado di garantire migliori chance occupazionali. Quello che manca in Italia è una corretta valutazione degli strumenti via via introdotti. E l’opportunismo degli enti formativi rischia di produrre inefficienze che a volte finiscono per essere premiate.
di , 24 Aprile 2013, lavoce.info

Formazione senza valutazione

Nel nostro paese, l’efficacia o meno della formazione professionale rimane ancora oggi un “mistero”: il quadro valutativo è molto eterogeneo e rispecchia una struttura normativa di riferimento estremamente frammentata tra competenze diverse a livello nazionale, regionale e provinciale.
In generale, in Italia, l’idea che l’attuazione di una politica debba essere accompagnata dalla verifica empirica dei suoi effetti continua a fare fatica ad affermarsi. (1) Eppure, l’unica analisi che abbia senso nella valutazione d’impatto è comprendere se lo specifico strumento è in grado di raggiungere determinati obiettivi tenendo conto dell’impiego di risorse che comporta (ovvero se sia efficace ed efficiente allo stesso tempo).

Gli studi sull’impatto delle politiche attive nel nostro paese sono ancora da sviluppare e, come dieci anni fa, si producono solo valutazioni artigianali condotte sfruttando, con ingegnosità acuita dal bisogno, quel po’ di informazioni che si riesce a racimolare tra indagini correnti e archivi risultanti da processi amministrativi”. (2) Quasi mai si dispone di un “gruppo di controllo”, al massimo è possibile ricostruire, una volta terminata la ricerca, un gruppo di “confronto”, ammesso e non concesso che l’ente pubblico abbia intenzione di realizzare la valutazione.

Partendo da questi limiti, i dati mostrano un quadro alquanto differente a seconda delle caratteristiche dei beneficiari e non mancano situazioni in cui l’effetto è nullo o addirittura negativo con il rischio di produrre situazioni di “spiazzamento”, con il beneficiario che avrebbe trovato lavoro prima, se non avesse frequentato il corso di formazione. (3) A livello europeo, gli studi empirici dimostrano una bassa efficacia nell’accrescere la probabilità di trovare lavoro dei partecipanti, a eccezione di un lieve effetto positivo per i disoccupati di lungo periodo. (4)
A ciò si aggiunge che spesso si confonde questa attività con le informazioni ex-ante dei partecipanti, i meglio noti monitoraggi. Questi in molti casi sono accompagnati da analisi qualitative non in grado di mostrare empiricamente esiti occupazionali, ma che offrono ottimi suggerimenti e considerazioni per migliorare la programmazione dei percorsi formativi futuri.

Percorsi formativi inadeguati

Dal monitoraggio Isfol e Italialavoro sulle politiche attive ai beneficiari di ammortizzatori in deroga, emerge chiaramente come gli enti formativi (prevalentemente privati “accreditati”) hanno puntato soprattutto a “riempire le classi” in corsi di inglese e informatica dagli esiti occupazionali incerti. (5)
È difficile credere che le chance occupazionali nel settore dei servizi di una persona di quarantacinque anni migliorino grazie a un corso di carattere “generalista“ della durata di un paio di settimane, in un mercato dove per un eventuale e analogo posto si candidano giovani neolaureati (con esperienze anche all’estero) che possono entrare in azienda con uno stage di sei mesi a 400 euro.
Ovviamente, in assenza di adeguati e “generosissimi” incentivi alla domanda di lavoro, le chance per il quarantacinquenne di trovare lavoro sono estremamente basse e i corsi sono praticamente inutili o al massimo paragonabili a un “hobby”. Infatti, la scelta del percorso è spesso basata sulla “discrezionalità” del disoccupato oppure è frutto di un suggerimento da parte degli stessi enti privati che hanno tutto l’interesse a indirizzare il beneficiario verso la propria offerta formativa.
Inoltre, sempre dal monitoraggio Isfol, si evidenzia come il parcheggio in formazione è stato il comportamento tipico tenuto anche dalle agenzie private di collocamento (Apl): non solo non hanno collocato quasi nessuno, ma hanno sostanzialmente erogato gli stessi servizi dei Centri per l’impiego.

Le Apl erano state coinvolte perché reputate più “capaci” nel collocare il disoccupato, invece hanno parcheggiato queste persone in programmi volti solo all’occupabilità, senza raccogliere minimamente le esigenze provenienti dalla domanda di lavoro (supponendo che ci fossero) e senza attivarsi nella fase di intermediazione, perché questa rappresentava chiaramente un rischio d’impresa troppo alto. Di conseguenza, hanno “scaricato” il beneficiario all’attore pubblico, che per come sono state organizzate le politiche attive è diventato (tranne rare eccezioni) un “surrogato” amministrativo senza risorse.

Accanto a questo tipo di formazione, negli ultimi anni è in forte espansione la cosiddetta formazione professionale mirata, ovvero la realizzazione di programmi volti a un rapido inserimento occupazionale dei disoccupati o inoccupati che rispondono alle esigenze provenienti da quei settori economici che, stando alle analisi delle fonti amministrative o ricavate dalla banca dati Excelsior, potrebbero offrire, anche in periodo di recessione, nuove opportunità occupazionali.

In realtà, anche questo tipo di formazione non è esente da problemi. In particolare, in Italia si assiste al noto fenomeno di “gaming”, soprattutto nei confronti del collocamento dei soggetti “svantaggiati”. Dove al posto di due settimane di affiancamento, per effetto di un reciproco interesse da parte degli enti formativi e della domanda di lavoro (soprattutto se questa eroga parte della formazione) si crea in maniera “artificiosa” un programma di orientamento e formazione assolutamente sproporzionato alle necessità.
A ciò si aggiunge che grazie all’accordo “informale”, dove l’assunzione è praticamente assicurata anche per effetto di una preventiva scrematura dei partecipanti, in assenza di un gruppo di controllo selezionato casualmente prima dell’erogazione della misura (v. Aiuto ai precari? No, regalo alle imprese), c’è il rischio che la valutazione possa favorire l’attribuzione di ulteriori incentivi.

In diversi paesi europei, i comportamenti opportunistici sono ridotti grazie ad alcuni “stratagemmi”: rendere proporzionale i vantaggi con il costo del lavoro dell’impresa (in parte previsti dalla riforma Fornero); creare degli “exit free” nel caso la domanda di lavoro non stabilizzi il lavoratore (una forma di indennizzo ai servizi per l’impiego per ricollocare la persona e ridurre il tasso di rientro); e soprattutto attraverso una verifica accurata dei collocamenti realizzati dagli enti presso le aziende, appurando che questa non tragga ulteriore profitto dai collocamenti dei lavoratori “svantaggiati” (ad esempio, la definizione di un “marchio di qualità” come quello previsto dall’associazione Boaborea nei Paesi Bassi).

Agli “stratagemmi” è però necessario affiancare altri due importanti strumenti: un quadro valutativo simile a quello che verrà realizzato per la sperimentazione della Nuova carta acquisti; e le mappe di densità sulle fonti amministrative per individuare dove vanno a lavorare i beneficiari dei percorsi formativi, in modo da comprendere la coerenza tra offerta formativa e caratteristiche del nuovo lavoro. (6)
Tutti questi strumenti vanno visti come supporto alla formazione professionale, oggi ancora più importante rispetto al passato, perché rappresenta la prima tappa del difficilissimo percorso di ricollocamento dei disoccupati over 45 con bassa scolarizzazione provenienti dalla old economy.

 

(1) Si veda Kluve J. et al., (2007), Active Labor Market Policies in Europe: Performance and Perspectives, Springer, Berlin. Il testo, tra più apprezzati in letteratura, è una vera e propria rassegna sulla valutazione delle politiche attive del lavoro in Europa.
(2) La citazione è tratta da Rettore et al.,(2002), La valutazione delle politiche del lavoro in presenza di selezione: migliorare la teoria, i metodi o i dati ?, Rivista di politica economica, n. 3, 301-341.
(3) Per una breve rassegna sulle politiche attive del lavoro si veda Giubileo F. e Parma A.,Alcune considerazioni sui servizi al lavoro in Lombardia. Prime valutazioni sulla Dote lavoro 2009. Mentre per le politiche attive rivolte ai beneficiari di ammortizzatori in deroga si rimanda a Giubileo F. e Calvo R., Valutazione comparata del grado di efficacia occupazionale dei servizi e attività erogate a valere sulla direttiva crisi.
(4) Per maggiori informazioni si veda: Kluve J.,(2009), Le politiche attive del lavoro in Europa: una rassegna, in Cantalupi M. e Demurtas M. (a cura di), Politiche attive del lavoro, servizi per l’impiego e valutazione, Il Mulino, Bologna.

(5) Isfol e Italia lavoro,(2010), Report – Le misure regionali di contrasto alla crisi occupazionaleconnesse con l’accordo Stato-Regioni del febbraio 2009. Il documento è disponibile al sito: www.italialavoro.it (aggiornato a dicembre 2012).
(6) Si veda Baldini M. e Beltrametti L., (2013), La sperimentazione della nuova carta acquisti, NelMerito.it. Non è un caso che i principali oppositori di entrambi gli strumenti siano proprio gli enti formativi pubblici o privati.