Dichiarava Enrico Letta il 18 settembre del 2005:“Sembrerà assurdo, ma se non si era ancora capito, io sono un grande fan di Berlusconi …. [che] ha fatto la storia d’Italia degli ultimi 10 anni … vorrei fargli un appello inedito. Vorrei, a prescindere dall’esito delle prossime elezioni, dicesse subito che lui si impegna a rimanere nella vita politica italiana e a mantenere la sua leadership del Polo. Perché il mio grande timore è che un Berlusconi che pareggi o perda faccia un biglietto per Tahiti. Se Berlusconi facesse questo gesto sarebbe la tomba del bipolarismo italiano”.  Dichiarava Enrico Letta il 13 luglio del 2012: “Preferisco che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo“.

Non si può dunque sostenere che Enrico Letta, ora Presidente del Consiglio incaricato per formare un governo con l’appoggio del Pd e del Pdl, non sia coerente. Sono gli elettori del Pd a essere stati illusi (o ad essersi illusi): credevano che, votando Pd, avrebbero dato il voto ad un partito che si proponeva di cambiare una situazione tragica, ovvero girare pagina rispetto sia al berlusconismo che al fallimentare governo Monti. Questa illusione è stata scientemente alimentata da Bersani, sia prima delle elezioni col famoso giaguaro, che dopo: “No al governissimo, altrimenti arriveranno giorni peggiori” (8 Aprile 2013); “A proposito di larghe intese, e governissimi, io ho vissuto la fase del governo Monti. Noi siamo rimasti là, e Berlusconi s’è dato tre mesi prima. E quando lo incontro glielo dico: ti conosciamo mascherina. Noi abbiamo già dato. Che non ci venissero a proporre dei governissimi. Se c’è qualche altra fantasia, ce la dicessero. Ma chi può credere che con Brunetta si possa fare un governo e riusciamo a imbroccare qualcosa?” (9 Aprile 2013); “Noi dobbiamo spiegare perché non vogliamo il governissimo: perché non è la risposta ai problemi. Perché non può scomparire dall’orizzonte un decennio dove ne abbiamo visto farne di cotte e di crude e portare questo paese alla deriva” (13 Aprile 2013).

Il voto al Pd è invece servito proprio per quello che voleva Letta e perciò per il contrario della ragione per la quale è stato chiesto agli elettori. C’è ora solo un piccolo dettaglio da considerare: un governo senza consenso nel paese non va da nessuna parte. I grandi partiti del secolo scorso si poggiavano sul consenso di parti consistenti della società e, anche se i governi non duravano a lungo, la stabilità politica traeva origine proprio da un consenso diffuso. Il governo Monti è stato invece sonoramente bocciato dalle urne; la stessa politica che stava dentro o dietro il governo Monti si ripresenta ora con Letta, come se il voto fosse irrilevante, avendo, ieri come oggi, un consenso bassissimo nel paese e rappresentando un blocco sociale disomogeneo, confuso e impaurito: basti considerare che la disoccupazione giovanile nel 1977 era al 21% mentre l’attuale è al 35%! In più c’è l’aggravante che una buona frazione degli elettori del Pd, rimasti senza speranza, si sente, a ragione, defraudata del proprio voto.

Il Pd, dove le voci di dissenso degli ultimi giapponesi si contano sulle dita di una mano, si appresta, a mio parere, a fare la fine del Pasok, il partito socialista greco che ha perso 30 punti in un anno.  Malgrado l’ambiguità della politica del Pd, dimostrata in forma lampante dalle dichiarazioni riportate sopra, nell’assenza di un’alternativa credibile oltre l’astensione, il Pd, nelle sue diverse forme, è riuscito ad attraversare il ventennio berlusconiano quasi indenne. La comparsa sulla scena del M5S ha costretto i dirigenti del Pd a scegliere: o di qua o di là. È dunque ora arrivata la resa dei conti del Pd col suo elettorato e chi sceglierà di votare il Pd di nuovo alle prossime elezioni nazionali non avrà più nessun alibi.

Dare la responsabilità al M5S di aver spinto il Pd verso il Pdl è ingenuo e sbagliato. Alle dichiarazioni di Letta verso il Pdl non sono mai, in nessuna occasione e per nessun motivo, comparse analoghe aperture verso il M5S. Nessuno dei quadri del Pd ha mai manifestato la minima volontà di apertura verso un movimento che, ripetiamo, rappresenta il più consistente spostamento di voti nell’Italia repubblicana e la diretta conseguenza della disoccupazione di cui sopra: il tentativo di Bersani si è rivelato un bluff, scoperto subito  dall’aver votato in fretta e furia insieme al Pdl per il Presidente senza fornire un minimo di spiegazione e senza neppure un minimo di discussione né all’interno né all’esterno.

Questa situazione apre già da ora opportunità nuove perché il vuoto politico, prima nascosto con l’inganno, appare ora come una voragine spaventosa: come e da chi questo vuoto verrà occupato è ancora poco chiaro. Questo non significa che nella società non ci siano forze politiche sane  alla disperata ricerca di una rappresentanza in cui riconoscersi, ma, problema, non c’è ancora un catalizzatore che riesca a metterle insieme. Se il M5S appare essere ancora poco strutturato, piuttosto confuso e in parte contradditorio, anche se ha avuto la non banale capacità di fare delle proposte di una certa intelligenza politica come la candidatura di Rodotà, Sel e la fantomatica “sinistra del Pd” di Barca sono coinvolte in un processo di consolidamento che, al momento, rimane piuttosto ipotetico.

Ps. Oltre ai dirigenti del Pd, nel parlamento c’è in quel partito una folta schiera di deputati giovani:  come diceva Gaetano Salvemini cercate di rimanervi simpatici quando vi fate la barba la mattina…