Scartato a priori perché qualcun altro, nella fattispecie i 5 Stelle, ha già pensato di proporre il suo nome, motivo – pare – sufficiente per accantonare l’ipotesi di sostenerlo al Colle. Eppure sono alla ricerca di un Presidente ‘condiviso’, ma dipende da chi lo propone. Con Silvio Berlusconi o Mario Monti si può pensare di convergere su Franco Marini o Annamaria Cancellieri, ma su Stefano Rodotà c’è il veto dei democratici. Tentano di minimizzarne l’autorevolezza perché è stato “nominato” dalla Rete, lo liquidano come ‘divisivo’ o si limitano a commentare: “Guardi, di lui non abbiamo mai parlato”. I giovani democratici hanno anche provato a occupare le sedi locali del partito “per un presidente di cambiamento”, ma nessuno li ha ascoltati. Il ministro Fabrizio Barca su Twitter trova “inspiegabile” che il centrosinistra non abbia votato il giurista. Ma è una considerazione che cade nel vuoto, visto che prevale il silenzio sulla proposta di Rodotà al Quirinale. Anche Beppe Grillo venerdì, prima dell’annuncio delle dimissioni di Pierluigi Bersani, in un post aveva chiesto al segretario: “Perché non votare Rodotà?”. Eppure la domanda non ha ancora trovato una risposta nonostante l’insistenza della base, finora dribblata dai grandi elettori.

Dopo lo psicodramma di venerdì, tra franchi tiratori e le dimissioni di Bersani e Bindi, la convergenza sull’ex garante della privacy, secondo alcune agenzie di stampa, era considerata improbabile per due motivi: sia perchè il giurista “non ha il consenso dell’ala cattolica del partito, sia perchè si teme che questa ipotesi venga letta come una abdicazione definitiva al movimento di Beppe Grillo“. Contribuiscono alle ipotesi alcune dichiarazioni degli esponenti democratici. Ad esempio quella della deputata veneta Simonetta Rubinato: ”Dico che non considero la candidatura di Rodotà un’alternativa possibile, perché è figura che non può unire e per alcune sue posizioni ideologiche e valoriali che non condivido”. Ivan Scalfarotto invece se la prende con il metodo di selezione virtuale: “Non votiamo Rodotà perchè è stato scelto dalla rete. Il candidato per la Presidenza della Repubblica deve essere scelto dal Parlamento. Votando Rodotà non sarei sereno”. Idem per il governatore toscano Enrico Rossi, grande elettore, che esclude la candidatura del giurista perché proposta dal M5S e, anzi, si stupisce che non si sia ancora “ritirato”: “Quanto a Rodotà, che è certo persona di alto profilo – ha spiegato – è bene ricordare che è stato candidato da un sondaggio online, di cui non si conoscono neppure i numeri, promosso da un movimento che si qualifica essere nè di destra, nè di sinistra. E che a questo punto, dopo 4 votazioni, dovrebbe fare un passo indietro anche considerato che non è sostenuto da un ampio schieramento”.

Accantonato il deficit della candidatura online, affiorano altri ostacoli riconducibili alle correnti interne. Un sibillino Nicola Latorre nella serata di venerdì fa intendere che per i dalemiani non è un’opzione da considerare perché è un candidato che divide: “Prima di individuare una nuova candidatura bisogna sciogliere il nodo politico di fondo”, ha precisato ai microfoni di SkyTg24. Secondo Latorre, “o decidiamo di convergere su una candidatura come quella di Stefano Rodotà, che pur con la sua solida tradizione politica e un indiscutibile spessore morale, rischierebbe però di dividere il Paese. Oppure decidiamo di comportarci come sette anni fa, quando pur potendo eleggere Massimo D’Alema ritirammo la sua candidatura perchè divisiva e mettemmo in campo Giorgio Napolitano che, pur non votato dal centrodestra, non fu certamente osteggiato”. La più misteriosa, però, rimane Anna Finocchiaro che alla prima votazione parlava spavalda di fronte a Montecitorio: “Marini è una persona che può benissimo interpretare l’Italia”. Alle proteste dei contestatori fuori dal Palazzo, la senatrice ha risposto: “Ma cosa vogliono questi signori? La base? Non l’ho sentita”. Infatti, neanche loro hanno sentito una risposta chiara su Rodotà.