La storia del diritto sindacale è disseminata di ostacoli e obiettivi, eroi reali e letterari, vittime e carnefici. I nomi di Salvatore Carnevale e Placido Rizzotto ricordano drammaticamente i sacrifici imposti ai lavoratori per l’affermazione dei loro diritti. Il Metello di Pratolini e Giuseppe Di Vittorio si fondono in una vita di sofferenze votata alla rivendicazione dei diritti dei lavoratori.

E se lo sciopero non è più un reato, ma un diritto, e la retribuzione proporzionata e sufficientemente dignitosa è ormai un principio costituzionale, è merito di tutti quei lavoratori che hanno sacrificato una parte di sé stessi per la causa.

La parabola delle conquiste sindacali, però, dopo aver faticosamente raggiunto qualche traguardo, ha cominciato a discendere ripidamente. Pare infatti che i diritti dei lavoratori non siano più diritti, umani, assoluti e dovuti ad ogni lavoratore, ma siano diventati un privilegio, una concessione elargita, di volta in volta, dal legislatore o dal datore di lavoro.

Dopo la realizzazione dello Statuto dei lavoratori e la riforma del processo del lavoro, sono stati svuotati gli istituti: con la legislazione d’emergenza per la crisi degli Anni Settanta, con il pretesto della globalizzazione più tardi, con la proliferazione di nuovi contratti atipici con minori tutele.

Invece di cambiare il mondo, siamo cambiati noi. Invece di esportare diritti, abbiamo importato schiavitù.

Si passa dagli eredi dei cafoni pugliesi, i braccianti africani nei campi di pomodoro, agli impiegati nel call center openspace, a contratti a progetto senza progetto.

Quali sono le forze politiche che, oggi, con responsabilità e realismo, intercettano i disagi dei lavoratori e le sottopongono ai studio del Parlamento? Quanti sono i lavoratori consapevoli dei diritti che spettano loro e disposti a rivendicarli?

La crisi della politica passa dalla crisi del diritto sindacale.

Non ci sarà un’altra Italia che non passi da qui.