Diciamoci la verità: erano convinti, “gli amici romani di Matteo“, che partito Ingroia per il Guatemala prima e per la Rivoluzione Civile poi, il processo sulla Trattativa Stato-mafia si sarebbe afflosciato come un soufflé sbagliato. Erano convinti, loro e gli altri amici degli amici, che quel processo “fondato su teoremi” si sarebbe schiantato contro un muro di cemento armato chiamato udienza preliminare. Erano convinti, insomma, che Ingroia se ne fosse andato proprio per evitare di partecipare al bagno di sangue mediatico (dopo quello, prospettato, giudiziario).

Purtroppo i “noti amici” non conoscevano bene gli altri. Avevano sottovalutato Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Lia Sava e il giovane Roberto Tartaglia. Ma soprattutto lui. Il “buono”, il “temperato”, il “timido”. Pensavano che Nino Di Matteo non potesse sopportare mediaticamente (e psicologicamente) il ruolo di punta di diamante dell’accusa palermitana. Questo perché, molto probabilmente, ahi loro, non lo hanno mai visto nel suo habitat naturale, in Aula. Perché il Di Matteo magistrato che esercita la funzione della pubblica accusa fa paura. E tanta.

Credo, dunque, che lo scopo delle missive anonime che annunciano il ritorno allo stragismo, partendo proprio dal pm che indossò la toga nell’anno nero della Repubblica Italiana, sia tastare il polso al magistrato per “vedere di nascosto l’effetto che fa”.  Pensavano, gli amici romani di Messina Denaro, che Nino Di Matteo il “buono” non avrebbe potuto continuare a lavorare serenamente sapendo che, così dicono, sarebbe già arrivato a Palermo il tritolo anche per lui. Che qualcuno conosce i suoi spostamenti meglio di lui.

Dicono quelli che lo hanno sentito al telefono, aspettandosi ingenuamente un uomo teso e messo all’angolo, di aver sentito Di Matteo carico e determinato come nei giorni migliori. Dicono che sia sereno perché “anche questo fa parte del lavoro che ha scelto di fare”. O meglio, della missione che ha voluto intraprendere ormai vent’anni fa. Dicono che non ha paura perché l’affetto della gente sovrasta gli spifferi di qualcuno che, indipendentemente dalle motivazioni, tenta di creare paura e tensione, ben sapendo che le analogie con il 1992, in questo momento, sono parecchie.

Occhio però. Dicono che Di Matteo sia un buon marito, un buon padre. Che sia una persona con il cuore grande. Ed è vero. Ma Di Matteo non è un don Abbondio, manco un po’. Io l’ho visto mentre rappresentava lo Stato in un’Aula di giustizia. Ho visto un uomo con la toga che ha come unici vincoli le leggi italiane e la Costituzione. Un uomo che non si fermerebbe e non si fermerà mai perché “arrendersi” non è contemplato nel suo vocabolario e in quello dei suoi maestri; tantomeno “trattare”. Quindi, agli “amici romani di Matteo” e ai grafomani anonimi, un consiglio spassionato: lasciate perdere, andate al mare. Di Matteo non è un Mannino qualunque

P.s. Do per scontato che procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, abbia già iniziato le pratiche per l’archiviazione del fumettistico procedimento disciplinare nei confronti di Di Matteo, accusato di avere violato i “doveri di diligenza e di riserbo”, e il “diritto alla riservatezza” del Capo dello Stato, confermando in un’intervista l’esistenza delle conversazioni intercettate tra Mancino e Napolitano, svelate il giorno prima non da uno, ma da due giornali.