Una delle caratteristiche degli attuali sistemi economici capitalistici è che hanno sempre meno bisogno degli attributi classici della democrazia. Se prima erano eleganti abiti che coprivano le democrazie occidentali, oggi non sono più che stracci che pendono da corpi sempre più famelici. Nel caso di Cipro, la prima cosa che salta all’occhio è la difficoltà di estrapolare un’informazione minimamente seria su quello che si sta negoziando. Le informazioni arrivano come le immagini attraverso un vetro sporco, appannato, schizzato dalla pioggia e oscurato. Prima ascoltiamo Anastasiades – primo ministro cipriota – dire che in nessuna circostanza i depositi soffriranno tagli. Due settimane dopo lo troviamo a proporre esattamente il contrario di ciò che aveva promesso, ossia una tassa finanziaria solidale” sui depositi al di sopra di un tetto garantito di 100mila euro del 9,9% e, cosa più sorprendente, di 6,67% sui depositi bancari al di sotto del tetto garantito dalle direttive europee! La cosa curiosa è che questo non lo ha imposto Bruxelles o la Germania, ma che è stata un’iniziativa che è venuta direttamente dal primo ministro di Cipro. Allora si sentiva parlare di un accordo con la troika di 17 milioni di euro, dei quali più della metà sarebbe andato a ricapitalizzare le banche, con i conseguenti tagli. Ci sono state proteste di massa, che facevano pressione con forza sufficiente perché il parlamento votasse contro l’ignominioso accordo.

Poco importa che la popolazione mostri il suo rifiuto, a Cipro, grazie all’azione delle banche, già hanno perso la sovranità popolare. Il secondo accordo annunciato lo scorso 25 marzo tra Cipro e la troika, sale a 10 milioni di milioni di euro, e porta alla chiusura di Laiki Bank, che trasferisce i suoi depositi alla Banca di Cipro, che a sua volta verrà ristrutturata. I termini dell’accordo, come sempre, sono oscuri e si muovono secondo i rumors. Su una cosa non ci sono dubbi: i tagli sull’economia cipriota saranno come ci si aspettava, brutali, con alcuni effetti sociali devastanti. Come vediamo, alla fine i depositi al di sotto del minimo garantito non saranno toccati…direttamente.

Ad ottobre del 2011 i rappresentanti finanziari dell’Fmi e della Commissione si riunirono accordando un ribasso di almeno il 50% dei bond greci. La riunione, come tutte quelle nelle quali si firma il declassamento delle condizioni di vita di milioni di persone, si è tenuta in segreto, di notte le conclusioni sono state espresse in un linguaggio inaccessibile ai più. La banca Leiki, ora in mezzo alla tormenta, aveva una grande quantità di bond greci, e perse circa il 75% del valore, ossia intorno ai 4mila milioni di euro. Leiki aveva già accumulato un lungo dossier di oscure operazioni al quale si aggiunsero queste perdite che divennero il detonatore. Ad ottobre del 2011, quindi, si era pianificato il collasso dell’economia cipriota.

La Russia inoltre ha un’importanza particolare in questa vicenda, visto che Cipro ha attratto non soltanto i depositi dei magnati russi, ma anche quello delle famiglie e delle piccole e medie imprese russe. La motivazione della troika per aumentare il Psi (sigla che in inglese significa: Piano di Partecipazione del Settore Privato) è che Cipro fosse un paradiso fiscale, e quindi i correntisti sapevano in certa misura cosa facevano. Certo, se un magnate russo investe i suoi milioni nel mercato immobiliare londinese è perfettamente legittimo. Andare a Cipro è ritenuto “economia da casinò”. La Russia già aveva aiutato anticipatamente Cipro offrendole un’aiuto per 2,5 milioni di euro nel 2011, e per questo motivo Cipro sta cercando anche un accordo con Putin. Ma Anastasiades preferisce una soluzione europea, visto che questo aiuto potrebbe non piacere all’Ue che vedrebbe incrementare così l’influenza russa sul proprio territorio. Risulta strano che si lotti contro i paradisi fiscali per imporre il latrocinio ai correntisti ciprioti (tra i quali si trovano anche pensionati, o piccole e medie imprese).

Il sistema è lo stesso, si comincia demonizzando una parte: gli olicarchi russi. Questo apre la strada e permette di continuare poco a poco con il contagocce il processo sulla popolazione restante. Sembra evidente che tutti coloro i quali dovevano portare via il denaro da Cipro, già lo hanno fatto e restano solo quelli che non hanno la possibilità o l’agilità finanziaria per farlo.

Alla fine il rifiuto della popolazione al primo accordo non sarà servito a molto, visto che l’accordo finale può fare ulteriore danno, secondo l’analisi che fa Reuters, ma i depositi al di sopra dei 100mila euro possono arrivare a perdere fino al 60% del totale. La traduzione è che questi depositi in Laiki Bank, sono spariti. Gli effetti economici possono essere catastrofici, sapendo che nell’economia cipriota, per il 40-45% del totale è fatta di prodotti bancari. Inoltre c’è da aggiungere che gli attivi bancari sono tra un 200 e un 900% del totale del Pil.

La botta può essere feroce (la disoccupazione si prevede che arrivi al di sopra del 25% nel 2014), e se Cipro non riesce a trovare un accordo con la Russia sufficientemente ampio, il no dei suoi principali creditori (Germania, Finlandia, Bce) potrebbe espellere Cipro dall’euro nel futuro prossimo, dando l’ennesima spinta della crisi finanziaria sulla moneta unica e una nuova ondata di piani di austerity nelle economie periferiche. Non sembra che la scoperta di un gas nel suolo cipriota possa evitare a breve termine la ristrutturazione, nonostante GazProm già abbia offerto un aiuto alternativo. Per evitare la fuga di capitali, Cipro ha stabilito controlli di capitale, che gli permette di allungare i tempi  dell’inevitabile. Ma l’incremento delle tasse, il salvataggio, la ristrutturazione bancaria e la conversione dei depositi in azioni senza valore faranno scappare tutti coloro che si vedevano attratti dalle sue caratteristiche da quasi paradiso fiscale. Lo shock traumatico e rapido del processo toccherà principalmente agli stipendiati e i pensionati. Per questo alcuni non lo chiamano salvataggio, ma rito di esecuzione.

La cosa curiosa di questo quadro è che gli esperimenti di questo tipo, si stanno verificando in economie periferiche piccole, visto che Cipro arriva appena a uno 0,17% del Pil europeo. Contrastano i 10 mila milioni del salvataggio di Cipro con i 100mila milioni del salvataggio spagnolo. In economia si definisce un paese “grande” quando questo ha capacità di influenzare i prezzi. Guardiamo che controlli di capitali si sono stabiliti in Islanda e a Cipro (la prima dell’Eurozona), due economie che appena toccano il flusso di capitale internazionale e in cui l’instaurazione di controlli di capitali non ha un’influenza a livello di liquidità internazionale. Allo stesso modo, il nuovo esperimento di far pagare la cattiva gestione bancaria (o eccellente a seconda di come la si guardi) ai correntisti dà l’impressione di estendersi a tutta la Ue. Già lo ha detto Jeroen Dijsselbloem’s, presidente dell’Eurogruppo, questa può essere la nuova logica che guida i nuovi salvataggi bancari in Europa.

Niente di più lontano dalle mie intenzioni che appoggiare l’esistenza di paradisi fiscali. Lì si lava il denaro dei criminali e si alimenta l’esistenza di un’estorsione ai paesi che non sono paradisi fiscali da parte dei capitali che possono fuggire facilmente. Ma non è lecito che ad usare questa argomentazione sia proprio la troika, e inoltre per giustificare la confisca a tutti i correntisti indipendentemente da quale sia il loro livello di entrate o il livello di vita, o indipendentemente da come abbiamo guadagnato quei soldi. Non sarà che questa è la migliore via d’uscita per socializzare le perdite create da una gestione selvaggia del settore finanziario cipriota, consentita dall’Europa per anni? Ricordiamo che Cipro fa parte della Ue dal 2004 e è parte dell’eurozona dal 2008, un anno dopo lo scoppio di Lehman Brothers. Perché l’Ue non ha avuto nessun interesse nello smantellare un paradiso finanziario fiscale in Europa fino ad oggi? Si ha l’impressione che per salvare le oligarchie del centro Europa, è necessario sacrificare piccoli territori conquistati.

Guardando questo quadro, ci domandiamo perché si dica che si è trovata “una via d’uscita” al problema di Cipro. Bisognerebbe prima definire meglio il concetto di “uscita” per poter comprendere questa affermazione

di Iván H. Ayala (membro del collettivo econoNuestra)

(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)