“Nei giudici moderati la giustizia è soltanto amore della propria carriera”. Potrebbe essere il migliore commento al lungo assolo formato intervista che Piazzapulita ha regalato al neo-presidente del Senato Pietro Grasso, ma ogni riferimento a personaggi attuali è puramente casuale benché, a mio parere, perfetto.

L’autore è infatti François de La Rochefoucauld, moralista e uomo d’armi che licenzia Les Maximes, l’opera della vita che lo consegna alla posterità nel 1678, in pieno stato assoluto, prima della rivoluzione francese e della divisione tra i poteri teorizzata da Montesquieu.

Nello stesso giorno in cui a Marcello Dell’Utri viene riconfermata la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, una vittoria  per Ingroia e per Caselli, Pietro Grasso va da Formigli,  molto gratificato dal doppio ruolo di intervistatore e conduttore in assenza di Travaglio, per rinfocolare la polemica mai sopita contro i magistrati che inquisiscono “senza risultati” i politici per  protagonismo mediatico.

Naturalmente il primo della lista sarebbe lo stesso Giancarlo Caselli che ha avuto la forza di portare alla sbarra, dimostrando la fondatezza dell’accusa, prima Giulio Andreotti e poi Marcello Dell’Utri per il reato più aberrante e devastante  di cui possa essere imputato un rappresentante delle istituzioni.

A proposito della sentenza su Marcello Dell’Utri, Pietro Grasso ha esordito sottolineando che non “c’è  mai soddisfazione per una condanna” e si è mostrato quasi scandalizzato che sia stato ipotizzato l’arresto. Poi ha spiegato la sua presenza in trasmissione come qualcosa di assolutamente eccezionale dettato dall’esigenza di difendersi da “una comunicazione che non informa, che sporca soltanto”. Ma non sembrandogli abbastanza ha aggiunto che “si è sentito minacciato” come al tempo del maxi-processo e che ora come allora si tratta “dell’ inizio di qualcosa che continuerà.. “.

Il tutto riferito alle critiche che Marco Travaglio gli ha rivolto in modo molto sintetico nell’ultima puntata di Servizio Pubblico, che coprono l’ arco di almeno un un decennio e sono contenute in moltissimi articoli e libri, tra cui Gli Intoccabili  pubblicato nel 2005. 

Sulle mancate domande a proposito delle stragi e del livello politico a Nino Giuffré, un collaboratore di primissimo piano, Grasso ha risposto che doveva tenere segreta la notizia della collaborazione per motivi di sicurezza, che andava vagliata l’attendibilità, che molti erano interessati ed erano “invidiosi” ecc.. ;  peccato però che fosse già in vigore la legge bipartisan per scoraggiare nuove collaborazioni che imponeva il tempo massimo di sei mesi per raccontare tutto, senza proroghe.

In merito alle mancate domande a Massimo Ciancimino sui rapporti tra il padre Vito, Dell’Utri e Berlusconi, con tanto di pizzino accantonato, Grasso ha obiettato che all’inizio Ciancimino junior era un imputato, poi che anche da dichiarante non ha mai riferito al riguardo, infine che tale materia, pizzino incluso, è passata al vaglio di 5 sostituti e 2 procuratori aggiunti…e “chi non fa errori?”

Sulla trattativa tra Stato e Mafia quello che fino a due settimane fa era il Procuratore Nazionale Antimafia ha dichiarato testualmente che “ci sono cose ben più gravi da scoprire” e che per parte sua ha chiesto una commissione parlamentare sulle stragi, e non solo quelle del ’92, ’93. Sembrerebbe di capire una commissione onnicomprensiva sulle stragi d’Italia.

Poi ha rivendicato la sua visione “pragmatica” nell’imporre la richiesta di  rinvio a giudizio di Cuffaro, unico imputato politico di primo piano dal ’99 al 2005 solo per favoreggiamento aggravato, invece che per concorso esterno in associazione mafiosa come ritenevano i suoi sostituti.

Infine la carica di procuratore nazionale ottenuta in forza di una legge incostituzionale finalizzata ad escludere Giancarlo Caselli: per Pietro Grasso questo è avvenuto solo a causa del temporeggiamento del Csm che avrebbe potuto deliberare prima che entrasse in vigore la terza norma contra personam. Dunque nulla quaestio.

Comunque Grasso ci ha anche rassicurato che non tornerà mai più in Tv a “giustificarsi” per le cose che gli attribuisce Travaglio mentre l’Italia versa in una situzione tanto grave, anche se giovedì a Servizio Pubblico dà per scontato che si assisterà ancora a  nuovo “killeraggio mediatico”.

Questa uscita comunque gli è bastata per confermare la natura “tecnicamente” politica del suo modus operandi da magistrato e la sua mai sopita avversione per i colleghi che si sono imbattuti nei processi più scomodi senza mai scansarli.

Giancarlo Caselli che non è asceso ad alte cariche ma continua a fare il suo lavoro come procuratore capo a Torino ha infatti chiesto al Csm di essere tutelato nella sua dignità professionale  per gli apprezzamenti di Grasso che lo ha di fatto accusato di aver promosso ed esercitato “processi-gogna senza  risultati”.