Ha un bel dire Beppe Grillo che “gli schizzi di merda digitale” che lo contestano sul suo blog e sui social network dei suoi eletti sono falsi, o addirittura prezzolati dall’ubiquo nemico (quando si è contro tutti, il nemico non può che essere ovunque). Dal punto di vista della comunicazione il nocciolo della questione è un altro: se anche quei dissensi rozzi, perentori, al limite dell’insulto non fossero veri, sono comunque verosimili. E per motivi che non hanno a che vedere con i contenuti contingenti (aprirsi o non aprirsi alle trattative per costruire un governo, con Bersani o chi per lui), ma piuttosto con la natura del mezzo che, non lo si ricorderà mai abbastanza, resta il messaggio. La rete si è accreditata come luogo della democrazia diretta, ma è anche il medium dove ha attecchito come una seconda pelle il dissenso costante, al confine con l’aggressione dell’interlocutore. Chiunque ha avuto modo di interagire su siti e blog si è reso conto che, qualunque cosa si scriva, tanto è difficile avviare una discussione argomentata, quanto è inevitabile esporsi alla critica, alla battuta, se non all’insulto di quel mitico popolo del web”che spesso e volentieri si rivela “una bella merda”, come ricorda Marco Travaglio.

La rete è una piazza ma è anche e soprattutto un palcoscenico (con punte di narcisismo vertiginoso, vedi Twitter). Mi si nota di più se urlo di più (proprio come in televisione) e se urlo assumendo posizioni estreme. Ecco quindi spuntare come funghi i cosiddetti troll, contestatori automatici che non nascono certo per disturbare il blog di Grillo, ma su internet sono proprio l’aria che si respira. È fatale che il M5S, entità politica forgiata a immagine e somiglianza della rete, ne abbia mutuato, anche inconsciamente, pregi e difetti.

I pregi ci sono (nonostante i partiti tradizionali facciano finta di non vederli): costi irrisori, accesso, condivisione. Ma ci sono anche i limiti; e tra i limiti c’è sicuramente quello del linguaggio tipico della rete: violento, aggressivo, derisorio. Un linguaggio che assomiglia a quello di Grillo. L’uomo era predisposto; la sua tecnica e il suo stile erano internettiani ante litteram.

Il miglior Grillo, quello che si affranca dalla tv per darsi al teatro, si inventa un monologo urlato, incazzato, giocato sulle iperboli e le provocazioni, in un continuo contenzioso con il resto del mondo. Arrivare sulla rete, luogo della democrazia ma anche del risentimento, ha esasperato le cose e rischia di trasformarlo in un troll vivente, che coglie nel segno, inchioda gli avversari politici alle loro responsabilità, ma sa anche che l’applauso è spesso figlio dell’insulto. Ed ecco che, da quando il Movimento si è incarnato in Parlamento, Grillo deve guardarsi proprio da quello stesso linguaggio. Le stoccate sommarie apparse sul blog, vere o false che siano, hanno lo stesso eccesso di decibel di quelle che Grillo medesimo avrebbe potuto infliggere ai propri nemici. Così il capopopolo che basa tutto sulla diversità deve fronteggiare un nemico che assomiglia alla sua immagine allo specchio, e questo Grillo allo specchio ci fa riflettere su aspetti insospettabili della rete; quanto possa rivelarsi vulnerabile per un verso, e quanto poco sia attendibile per l’altro.

Se sono false le critiche al comportamento del capo sul blog, perché non potrebbero essere altrettanto false le critiche dei sedicenti grillini alle mosse dei partiti tradizionali? E perché non potrebbero essere falsi gli elogi diretti a Grillo e al suo Movimento ? Osservata controluce la rete non è meno autoriferita né narcisista della televisione ed è più trasparente solo in apparenza; è un medium claustrofobico dove un apriscatole può rivelarsi utile quanto in Parlamento, e dove ogni strategia va rinnovata di continuo. La sensazione è che non sia negando o affermando meccanicamente quello che accade in rete, ma uscendone, che il Movimento potrà fare il salto di qualità che si è guadagnato, e il momento lo impone. Se viceversa rimarrà chiuso nel suo bunker virtuale (lo stesso bunker della negazione e dell’aggressione verso tutti, incluso chi ti aggredisce in modo speculare), rischia di disperdere l’enorme capitale conquistato finora a spese degli altri. Al contrario di Peter Schlemihl, l’uomo senza ombra, Beppe Grillo è tuttora un’ombra senza corpo; se non lo trova e non comincia a camminare per il mondo, lo sporco mondo, rischia di restare un enorme troll a due dimensioni, bersaglio naturale dei troll altrui.

Il Fatto Quotidiano, 26 Marzo 2013