Le dimissioni del ministro degli Esteri Giulio Terzi segnano la prima vittima istituzionale nella complessa vicenda dei due marò: una farsa che ha screditato la diplomazia italiana agli occhi del mondo. Soprattutto dopo il recente tira e molla sul ritorno di Latorre e Girone in India, con il governo italiano che prima chiede a New Delhi un permesso speciale perché i due possano rientrare in Italia a votare, poi annuncia che non rientreranno in Kerala. Salvo il clamoroso dietrofront di venerdì scorso, poche ore prima della scadenza dell’ultimatum, che non ha giovato certo all’onorabilità del Paese.

E non ha giovato nemmeno ai marò e alle loro famiglie, che a parole tutti sembrano voler tutelare ma il cui destino, anche alla luce delle ultime dichiarazioni in Aula, è di essere pedine di uno scontro che si sta svolgendo all’interno delle istituzioni italiane, prima ancora che sul tavolo internazionale. L’unica cosa che sembra mettere d’accordo il governo sono generiche accuse all’India, che fin da subito ha invece mostrato molta compostezza sulla vicenda. Ultima in ordine di tempo, l’assurda accusa al ministro della Giustizia indiano, reo di non aver voluto dichiarare che i due marò non sarebbero stati condannati a morte. Eventualità assai improbabile quella della pena capitale in India, ma non per questo si può pretendere che un rappresentante dell’esecutivo scavalchi le decisioni del giudiziario. Non in un paese democratico.

Ma la credibilità del governo italiano sulla vicenda si è dimostrata labile fin dallo scorso 16 aprile, quando fu presentata alla Camera dei Deputati, annunciata con i crismi di una controperizia difensiva, una finta analisi tecnica messa insieme da un presunto ingegnere che poi si è scoperto non essere nemmeno tale: Luigi Di Stefano, padre del candidato di Casa Pound alle scorse elezioni per la Regione Lazio, che proprio in un’intervista a ilfattoquotidiano.it ha ammesso di non essere andato molto più in là di una ricerca sul web, di non aver mai avuto contatti diretti con fonti indiane e di aver ricevuto alcuni dati da analizzare da giornalisti italiani suoi amici, omettendo di verificarli alla fonte primaria. Eppure tale pseudo perizia ha ottenuto sui media un risalto eccessivo e interessato, contribuendo così a creare un pasticciaccio brutto che da Piazzale della Farnesina ha aperto le incomprensioni all’interno dello stesso governo.

E così, se oggi alla Camera Terzi dice che “è risibile e strumentale pensare che la Farnesina abbia agito autonomamente” e avoca quindi una presunta collegialità nelle decisioni, la smentita ufficiosa la offre un articolo pubblicato stamane su Il Giornale da Fausto Biloslavo. L’ex militante del Fronte della Gioventù triestino – i cui articoli sono stati alla base dell’analisi del suo amico Di Stefano, in quel cortocircuito mediatico che ha permesso a tale perizia di essere citata da molti come ufficiale – ha scritto infatti che la posizione di Terzi e del ministro della difesa De Paola era in totale opposizione a quella del Primo ministro e del Presidente della Repubblica. Disegnando così una netta spaccatura tra i fautori della linea dura e chi invece riteneva giusto rispettare i patti sottoscritti, e portando alla luce quella che sin da subito è stata la strategia mediatica degli ‘innocentisti’ a tutti i costi: utilizzare l’onore perduto delle forze armate per mettere in crisi il governo tecnico.

Se ora, con le dimissioni del ministro degli Esteri, la vicenda miete la prima vittima nelle istituzioni italiane, poco preoccupate di mettere in mostra le proprie divisioni ed esibire i propri fallimenti, in realtà c’è ancora da capire quale sarà la giustizia per le prime due vittime della vicenda: i troppo spesso dimenticati pescatori indiani Ajesh Binki e Gelastine, morti in circostanze ancora non del tutto chiarite il 15 marzo 2012, e per cui il governo italiano si è sentito in dovere di risarcire le loro famiglie. Il 18 gennaio scorso la Corte Suprema indiana ha stabilito che sarà una Corte Speciale a stabilire quale paese ha giurisdizione sull’accaduto. Solo allora, in India o in Italia, comincerà un processo su cui molto rumore si è fatto, e altrettante brutte figure, prima ancora che abbia potuto avere inizio.