Vorrei capire perché sono sempre impegnati a spiegare qualcosa. Loro sanno tutto, i grillini. O almeno parte di loro. Spiegano, spiegano, spiegano. Guardano con sufficienza gli interlocutori. Adoperano il verbo “dovere” con preoccupante frequenza: dovete capire, dovete fare questo, non dovete fare quest’altro (le domande, in genere).

Per ora il gesto più rivoluzionario cui ho assistito è stato quello della pasionaria che non ha voluto stringere la mano alla Bindi: ma che volete che sia. Rivelano che le critiche sono schizzi di quella cosa là. Rivelano al mondo che esistono i troll dell’informazione: che, tra l’altro, ce n’eravamo accorti già da tempo ma loro forse no; meno male che ce l’hanno detto. Arrivano in bici ma con lo sguardo spesso sprezzante di chi parcheggiava la porsche in secondo fila a Montecitorio e s’incazzava pure se le affibbiavano la multa.

Da ogni loro parola o quasi esce la prosopoea di chi ha una ricetta giusta per guarire ogni male. Non mi importa granché della vera o presunta umiltà esteriore del nuovo Papa: mi importa molto che in questa nuova genìa di responsabili del bene comune di umiltà o di qualcosa del genere non v’è traccia. E ho pure la sensazione per loro non valga il detto che quelli di talento non posso essere umili perché, per loro natura, sono arroganti in quanti unti dal Signore o da qualche altra divinità: di qualsivoglia talento, per il momento, non ne ho visto molto dalle loro parti. Diffido per natura di quelli che spiegano qualcosa che qualcun’altro ha detto loro essere vero: che sia un religioso, un politico vecchio e nuovo, un maestro buono  cattivo.

Dunque sono di parte. Ma so per certo che nel loro atteggiamento non vedo traccia di due grandi che spesso sono stati pensati come simboli dello sguardo sulla realtà che li ha originati: Gaber e De Andrè. In loro non vedo traccia di dubbio ma solo di certezze esibite e spesso sfottenti. Spero sia un peccato di gioventù. Per loro e anche per me.