Antonio Manganelli, direttore del Dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, è deceduto. Era ricoverato all’ospedale San Giovanni di Roma. Il 24 febbraio scorso era stato operato d’urgenza dall’equipe neurochirurgica guidata dal dottor Claudio Fiore per la rimozione di un ematoma cerebrale prodottosi in conseguenza a un’emorragia. Da due anni combatteva contro il tumore e da fine febbraio non ha mai lasciato il reparto di rianimazione. Martedì le sue condizioni si sono aggravate a causa di un’infezione respiratoria e giovedì alle 14 alla Scuola superiore di polizia della Capitale sarà allestita la camera ardente. Capo della polizia dal 2007, era uno dei vice di Gianni De Gennaro all’epoca del G8 di Genova, nel 2001, a cui però non partecipò. Nel luglio 2012, dopo le condanne definitive dei poliziotti per le violenze alla scuola Diaz, disse: “Questo è il momento delle scuse”. E chiese scusa anche a Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, a cui inviò una lettera privata

Giorgio Napolitano, appena appresa la notizia della scomparsa, si è messo in contatto con il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, chiedendole di rappresentare alla famiglia del Prefetto i suoi sentimenti di solidarietà e all’intera amministrazione della Pubblica Sicurezza il suo cordoglio. “Durante tutta la sua vita al servizio dello Stato democratico -afferma il capo dello Stato in una nota diffusa poi in serata – ha dimostrato elevata professionalità e altissimo senso delle istituzioni”. Il presidente del Consiglio Mario Monti inoltre, anche lui in una nota, lo ha ricordato come “un esempio di servitore dello Stato, una guida autorevole e aperta al dialogo”. 

Manganelli era nato ad Avellino l’8 dicembre 1950. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Napoli, si era specializzato in Criminologia clinica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Modena. Dagli anni ’70 ha operato costantemente nel campo delle investigazioni, acquisendo particolare esperienza e preparazione tecnica nel settore dei sequestri di persona a scopo di estorsione prima ed in quello antimafia poi. Ha lavorato al fianco dei più importanti magistrati e di organi giudiziari investigativi europei ed extraeuropei, dei quali è diventato negli anni un solido punto di riferimento, legando il suo nome anche alla cattura di alcuni dei latitanti di maggior spicco delle organizzazioni mafiose. E’ stato docente di Tecnica di polizia giudiziaria presso l’Istituto Superiore di Polizia e autore di pubblicazioni scientifiche in materia di sequestri di persona e di tecnica di polizia giudiziaria, tra cui il manuale pratico delle tecniche di indagine ‘Investigare’ (Cedam), scritto con il prefetto Franco Gabrielli, all’epoca direttore del Sisde

Ha fatto coppia con Gianni De Gennaro per tutti gli anni ’80, numero uno e numero due del nucleo anticrimine e poi del servizio centrale operativo, indagando su mafia e sequestri di persona, droga e criminalità economica, lavorando al fianco di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e collaborando con le polizie di vari Paesi, dall’Fbi alla Bka tedesca. Ha mandato dietro le sbarre boss di primo piano, tra cui Pietro Vernengo, ‘Piddu’ Madonia, Nitto Santapaola e Pietro Aglieri. Nel ’91, quando De Gennaro tiene a battesimo la neonata Direzione investigativa antimafia, Manganelli diventa il direttore dello Sco (Servizio centrale operativo). Sette anni dopo è questore a Palermo, dal ’99 al 2000 questore a Napoli. Nel 2000 è stato nominato dal Consiglio dei ministri prefetto di prima classe, con l’incarico di direttore centrale della Polizia criminale e vice direttore generale della Pubblica Sicurezza. Dal 3 dicembre 2001 è stato vice direttore generale della Pubblica sicurezza con funzioni vicarie. Il 25 giugno 2007 il Consiglio dei ministri lo aveva nominato capo della Polizia.

E’ stato al fianco di De Gennaro al Viminale, e in tanti, in questi sei anni al vertice della Polizia, gli hanno riconosciuto la capacità di mediare. Anche nella società civile. “Fare sicurezza – rimarcava Manganelli – significa analizzare i fenomeni e le tensioni sociali. Abbiamo il dovere di gestire anche questi momenti di tensione, coltivando la mediazione e le buone pratiche”. La comunicazione in questi anni è stata per il Dipartimento di Pubblica sicurezza un altro poliziotto in piazza, sul web, ovunque il rischio minacciava l’ordine pubblico. Anche durante la malattia con la quale combatteva da due anni, il prefetto che sapeva mediare, rimarcava che “comunicare sicurezza aiuta a crescere”. Per questo la ‘sua’ Polizia ha puntato non solo all’operatività ma alla prevenzione nello sport, parlando alla gente per costruire una “miscela di partenariato” capace di “mettere a fattor comune” il contributo di tutti. Per Manganelli, infatti, la sicurezza doveva essere partecipata.

Riteneva prioritario coinvolgere soprattutto i giovani, le scuole e le agenzie educative ed era convinto che le forze dell’ordine dovessero assicurare “libertà dalla paura”. Prima di essere operato d’urgenza, a un incontro pubblico aveva detto: “Facciamo un lavoro difficile. I problemi che si affacciano e mettono in difficoltà l’istituzione lo dimostrano, ma vi assicuro che la Polizia è un’istituzione fatta di persone perbene, che lavorano più di quanto sarebbe loro chiesto e producono risultati tutti i giorni, lavorando in sinergia con tutte le forze dell’ordine”. Aveva saputo fare squadra, incassando la stima e il rispetto delle istituzioni e, prima, dei suoi uomini sul campo, a cominciare dai suoi vice. Anche nella malattia, in tanti gli sono stati vicino. Dal ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, al governatore della Lombardia, Roberto Maroni, che il 26 febbraio gli aveva dedicato la vittoria al Pirellone, non perchè il capo della Polizia fosse leghista ma come “amico, una persona speciale”. Lo stesso messaggio che il neopresidente ha ribadito alla notizia della scomparsa su Twitter: “Ciao Antonio, maestro di vita e amico vero – ha scritto-. Rimarrai per sempre nel mio cuore”.

Cancellieri: “Era un numero uno” – ”Era un numero uno come poliziotto e per le sue qualità mortali”. Così Anna Maria Cancellieri ricorda Manganelli. “Addio carissimo – scrive il ministro nel suo messaggio di cordoglio – che la terra ti sia lieve”.

Boldrini: “Ha dedicato la vita al servizio delle istituzioni” –  “Ho appreso con profonda tristezza la notizia della scomparsa del Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, che ha dedicato la sua vita al servizio delle istituzioni. In questo doloroso momento desidero far pervenire alla sua famiglia il cordoglio mio personale e di tutta la Camera dei deputati”. E’ quanto dichiara la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini.

Patrizia Moretti: “Mi dispiace sinceramente” – ‘E’ morto Manganelli. A me dispiace sinceramente, e mando un abbraccio alla sua famiglia”. Lo scrive sulla sua pagina Facebook la mamma di Federico Aldrovandi, il ragazzo di Ferrara morto durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. Per la sua morte sono stati condannati quattro agenti in servizio sulle volanti per eccesso colposo in omicidio colposo.

Monti: “Guida autorevole e aperta al dialogo” –  ”Il presidente del Consiglio MarioMonti, appresa la scomparsa del Capo della Polizia Antonio Manganelli, ha inviato alla famiglia un commosso messaggio di condoglianze per esprimere la vicinanza sua e del governo”. Lo si legge in una nota. “Nonostante la lunga malattia, il Prefetto Manganelli è sempre stato un esempio di servitore dello Stato, una guida autorevole e aperta al dialogo, anche nelle situazioni più difficili. E’ con dolore e riconoscenza che il Presidente ha ricordato la sua figura”.