Tanti ricordi affiorano in queste ore. Sono stato amico di Antonio Manganelli, il capo della polizia morto oggi a Roma. L’ho conosciuto tanti e tanti anni fa. Quando non c’era la rete e quando, con Samarcanda, cominciammo a raccontare le mafie. Era uno dei migliori investigatori del nostro Paese. Era un poliziotto. Una persona per bene, al servizio delle Istituzioni. Non è retorica. Era un uomo libero, semplice, colto.

Oggi sul mio profilo Facebook ho scritto: “Ciao caro Antonio. Uomo delle Istituzioni. Amico mio”. E in tanti, sulla rete, hanno scritto commenti offensivi nei suoi e nei miei confronti. Gli si imputano le peggiori nefandezze e perché allora Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, si dice “profondamente dispiaciuta” per la scomparsa del capo della polizia? E perché la mamma di Federico ha sentito il bisogno di ricordare il fatto che il capo della polizia le scrisse una lettera in cui le chiedeva perdono per quello che avevano fatto a suo figlio degli sciagurati agenti di polizia?

Anche per il G8 di Genova Antonio Manganelli chiese scusa. Lui, in quei giorni terribili di Genova, non era in servizio. Sono testimone che in quel tragico luglio del 2001 era in vacanza con la sua bella famiglia nell’isola dell’Elba. Ero andato a trovarlo per un paio di giorni, proprio nel giorno in cui perse la vita Carlo Giuliani ucciso da un carabiniere. Ricordo che la mattina dopo fu chiamato a Roma, al Viminale, dal capo della Polizia dell’epoca, Gianni De Gennaro. Ma subito dopo tornò in ferie.

Certo, i ricordi personali resteranno in me ma da cronista ho sentito il bisogno di scrivere queste poche righe per testimoniare il valore di un grande investigatore antimafia a cui tutti dobbiamo molto. Ciao caro Antonio, ti sia lieve la terra.