Giovanni Favia ha deciso: nonostante l’espulsione, nonostante si sia candidato al parlamento con Rivoluzione Civile, nonostante una campagna elettorale fatta contro il Movimento 5 stelle e contro Beppe Grillo, nonostante le promesse di dimissioni da consigliere regionale, almeno per ora, resta consigliere regionale e saldo al suo posto. Non si dimette neanche dal gruppo del Movimento.

Neppure Andrea Defranceschi, che con Favia ha diviso la militanza, le battaglie nel consiglio regionale dell’Emilia Romagna, ma soprattutto ha diviso un’amicizia che non gli ha mai negato, nemmeno nei momenti più difficili, è riuscito a fargli cambiare idea. Tanto da costringere quest’ultimo a scrivere un durissimo post su Facebook.

Di Favia i giornali avevano già scritto tutto. Dal fuorionda su La7, datato settembre 2012, in poi aveva subito una trasformazione non solo politica, ma anche umana. Eppure aveva conservato un suo rispetto. Aveva scelto legittimamente di passare con Ingroia perché Grillo lo aveva espulso. Ma aveva messo sul piatto una precisa parola: “Dopo le elezioni mi dimetterò, sia da consigliere regionale che dal Movimento 5 stelle”.

Adesso Favia dice che forse lascerà a maggio, perché deve completare alcune cose (e se fosse stato eletto? Avrebbe mantenuto il doppio incarico?), ma non c’è più nessuno disposto a credergli. Anche perché il primo atto è stato quello di non passare neanche al gruppo misto.

Cose già viste, è vero. Nel Pd lo fanno comunemente: Vincenzo Bernazzoli, candidato a sindaco di Parma, aveva promesso di lasciare la presidenza della Provincia dopo le elezioni. Anzi, una volta eletto, naturalmente. Solo che non aveva previsto Pizzarotti e non è diventato sindaco. Così, con disinvoltura, è rimasto dov’era.

Proprio come Favia, l’uomo anticasta passato a quella che doveva essere, nelle intenzioni, una Rivoluzione Civile.