Dell’attuale situazione politica si sta parlando giustamente un po’ tutti, e v’è una variopinta nuvolaglia di opinioni e tensioni che si dirige verso un certo senso di smarrimento, almeno in chi non ha le certezze dei fans. La cosa che colpisce me più di tutte è la sensazione che Grillo e Casaleggio si siano ritrovati nel mezzo di uno tsunami (generato ovviamente dal loro stesso tsunami precedente) nel quale non si potrebbe augurare nemmeno al peggior nemico di trovarsi (si fa per dire, ma tant’è). Io non ho votato Grillo, nonostante, ad esempio, il concetto di decrescita mondiale – che è diverso dal “corollario” della più probabile e minacciosa recessione italiana – potenzialmente mi affascini da qualche anno, e come tanti che non l’hanno votato ho (avrei) la curiosità propositiva di vedere se davvero siamo al cospetto di un qualcosa di nuovo e benefico a livello politico interno (non credo per nulla, però, alla decrescita come cosa fattibile in quattro e quattr’otto e auspicabile a livello autarchico); ma come alcuni fra questi tanti il mio sentimento è di timore, perché ho paura che si sia al cospetto di qualcosa che potrebbe più che altro scivolare pericolosamente verso il disastro. Siccome preferisco fino all’ultimo non essere catastrofista, scelgo però di pensare, pur senza la tranquillità dell’incosciente, che il disastro sia più potenziale che reale. D’altronde siamo un Paese che ha sempre vissuto in balìa di crisi di governo da che siamo in democrazia, e forse uno degli aspetti del miracolo italiano è la funambolica capacità di vivacchiare in queste condizioni. Diciamo che spero che Grillo non sia matto (senza offesa per i suoi sostenitori e per gli eletti della sua lista), e che dunque sappia cosa sta facendo insieme a Casaleggio.

Detto ciò: non sono certo venuto qua oggi per parlare di politica e società… Sono qui per dirvi che sto leggendo un libro che si intitola “Sociologia del rimorchione” (prevedo che qualcuno, sdegnato, mi abbandoni fra poco nonostante la presenza del termine “sociologia”, e sono costretto a capirlo). 

C’è una scena in un film di Woody Allen (Vicky, Cristina, Barcellona) in cui Xavier Bardem si alza dal suo tavolo in un locale pubblico, dove lui è seduto con altri commensali, per avvicinarsi, puntandole con invincibile magnetismo, al tavolo a cui siedono Scarlett Johansson e Rebecca Hall. Con quella camminata che attraversa il mondo circostante come se non esistesse, e con quello sguardo manigoldo e sornione, le ha già quasi del tutto conquistate: le parole che di lì a poco rivolgerà loro, col quel tono vellutato e spudoratamente naturale (come ci si aspetta da un latino caliente e capace), toglieranno i dubbi di quel “quasi”.

La stessa scena la vissi in prima persona a Parigi, una delle rarissime volte che Marlene fece capolino fuori dai patri confini. Non fui io lo Xavier Bardem di turno, e nemmeno lo fu uno di noi uomini della crew (oltre agli altre tre Marlene i tecnici con noi): fu una fanciulla, non molto bella in verità, che si alzò con altrettanta sicurezza di sé (per quanto ostentata con meno spavalderia dell’attore spagnolo) per approdare al nostro tavolo (ripeto: eravamo tutti uomini, almeno sette, ovviamente in un locale pubblico). Aveva notato Dan, il nostro bassista di allora, e aveva deciso di venirgli a comunicare la sua attrazione. Potete immaginare la scena: una donna si avvicina e comincia a parlare nell’orecchio a uno di noi. Il tavolo ovviamente si azzittisce e osserva ciò che accade catturando con golosità il rumore tuonante di quel bisbiglio silenzioso e carico di suspance… (non vi dirò cosa accadde dopo, durante la nostra permanenza parigina, ma forse potrei non saperlo con certezza nemmeno io).

Nella canzone “Le passanti“, che De Andrè prese, traducendola, da Brassens, il quale a sua volta la prese, musicandola, da un poeta semisconosciuto di nome Antoine Pol (e con Baudelaire sullo sfondo), si poetizza e si rende più spirituale il desiderio (carnale) che il rimorchione mette in atto. Si parla infatti di “baci che non si è osato dare” (ma quanto si sarebbe voluto darli) e delle “occasioni lasciate ad aspettare” (e ovviamente perdute, con ampio rammarico); e si rimpiangono “le labbra assenti di tutte le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere”. Quindi quello che mette in atto il rimorchione (riprovevole da un punto di vista sociale, secondo la morale comune) è ciò che è velatamente dichiarato come un desiderio non realizzato e rimasto misterioso (il mistero infatti è un requisito poetico) nei versi candidi e intensi – e del tutto accettati dalla stessa morale comune – di Pol/Brassens/DeAndré.

Non ho nessuna intenzione di dare corpo alle insinuazioni, e torno al libro che sto leggendo perché è sicuramente curioso nel suo latente delirio controllato, e per ciò stesso a tratti esilarante. Scritto in modo sostanzialmente serissimo e su un substrato culturale assai solido, con una meticolosità di valutazione che sfiora una strana forma di catalogazione maniacale della casistica (più alcune sferzate di humor nascostissimo e ampiamente scorretto), mira a definire, come da titolo, la sociologia del rimorchione. A parte le condizioni che a detta dell’autore determinano la prerogativa del soggetto in questione (ovvero l’essere nato da genitori assai sbagliati, cioè una cattiva madre e un cattivo padre… ovvero ancora la presenza di dettagli di natura psicologica dei quali in genere diffido il giusto, e con presunzione), il resto è un gustoso viaggio non facilmente e linearmente condivisibile nella mente, nelle motivazioni e nelle giustificazioni del womanizer (Nick Cave ne ha romanzato uno nel suo bellissimo “La morte di Bunny Munro”). Un viaggio astruso e del tutto non erotico o pruriginoso, sconsigliato a quasi tutte le donne se non a quelle di spirito, e a chi cerca dritte per diventare rimorchione a sua volta: non ci sono consigli di quel tipo, ahìloro… Non so, francamente, a chi si potrebbe consigliare questo libro: posso solo dire che qua e là mi sta facendo davvero ridere, per quanto serva concentrazione quasi come al cospetto di un libro impegnativo di sociologia. O di filosofia. E mi ha fatto venire voglia di parlarne col sorriso in questi tempi bui, dove frange di popolo si fanno rimorchiare in modo spesso molto meno onesto e trasparente, e con rabbiosa disillusione (o illusa determinazione), da politici, uomini comuni, burattinai semi-oscuri, promotori di palingenesi, demiurghi, millantatori e elargitori di promesse spudorate.

Dimenticavo… Sociologia del rimorchione, di Alain Soral. Edizioni Castelvecchi.

Stralcio di testo: “Eccomi qui: sono il tuo Satiro, il tuo Dio Pan, e vengo su e giù, su e giù”.