Il successo straordinario del Movimento Cinque Stelle, primo partito alla Camera dei deputati, pone problemi ineludibili alla classe dirigente del centrosinistra.

Prima di entrare nel merito delle possibili soluzioni da dare all’impasse istituzionale creato dal risultato elettorale – vittoria netta del centrosinistra alla Camera dei deputati in virtù del cospicuo premio di maggioranza e solo maggioranza relativa al Senato – e della sostanziale ingovernabilità, dato il sistema bicamerale delle nostre istituzioni politiche, è necessario riflettere sui tratti salienti che hanno determinato un autentico terremoto politico, di fatto cancellando, marginalizzando o ridimensionando tutti i protagonisti del sistema pregresso.

Quale spiegazione dare a questa vittoria del Movimento Cinque Stelle? Un dato che emerge in modo molto trasparente è il carattere ‘non-professionistico’ della militanza all’interno del movimento. Non vi è stato alcun ‘listino’ prestabilito, nessuna selezione pregiudiziale meramente funzionale a un qualche interesse non chiaramente legittimato. Gli eletti del Movimento Cinque Stelle, tutti alla prima esperienza parlamentare, concepiscono l’impegno politico come vocazione, come mero servizio e non come un’attività professionale orientata all’acquisizione di privilegi. Senza demonizzazioni preconcette, credo che questo impegno di solidarietà, al servizio degli altri, concreto e non semplicemente ideologico, sia l’aspetto incontrovertibile da cui partire.

Il Movimento Cinque Stelle, al dilemma politica come professione/politica come servizio, ha chiaramente risposto, scegliendo la prima opzione. Le polemiche, datate ormai da dieci anni, sui privilegi della casta politica, sono state dissolte dal risultato elettorale, che ha premiato in maniera indiscussa il Movimento di Grillo, caratterizzatosi anche per il suo carattere pulviscolare, per la sua volatilità e leggerezza e per la sua indipendenza comunicativa. Un Movimento che, utilizzando solo indirettamente il sistema televisivo, mentre si impadroniva dei meccanismi della Rete e della mediasfera, ha sciolto il nodo, centrale nella nostra contemporaneità, relativo all’alternativa partito/non-partito.

La classe dirigente del centrosinistra, sconfitta, nella sostanza, da un risultato elettorale molto deludente, ha invece scelto la via delle ‘primarie’, presumendo di esaltare, con quest’unico strumento, lo spirito della democrazia partecipativa. Ma è sufficiente lo strumento delle primarie per ripristinare questa dimensione della democrazia? L’intenzione risulta buona, ma lo strumento scelto fortemente inadeguato. Di fatto le primarie, per come vengono concepite e organizzate, si riducono a una pura e semplice esibizione “muscolare” dell’apparato e dei militanti a esso più vicini. Uno strumento, dunque, che non riesce in alcun modo a coinvolgere una reale partecipazione della società civile.

La classe dirigente del centrosinistra, dopo l’ubriacatura delle primarie e dell’apparente trend vincente, ha commesso gravi errori e ingenuità nella strategia della campagna elettorale, impostata in termini puramente difensivi, per rincorrere la leadership del centrodestra, che ne imponeva temi e cadenze, e per “corteggiare” la Lista Civica di Monti, dando quasi l’impressione dell’irrilevanza del movimento di Vendola, alleato alla sua sinistra. Una campagna focalizzata sul rigore, schiacciata eccessivamente sugli interessi della Bce, una prospettiva che ha di fatto marginalizzato il ruolo di Sinistra e Libertà per appoggiarsi al centro, ossia a un alleato rivelatosi un vero e proprio colosso d’argilla, molto distante dai problemi reali delle persone comuni.

Il ceto politico del centrosinistra non è riuscito a togliersi di dosso quell’immagine di professionismo che era diventata, agli occhi dell’opinione pubblica, la fonte di tutti i mali.

Qualche timido ravvedimento comincia a profilarsi nella leadership del centrosinistra, soprattutto in virtù della mediazione di Vendola: l’esclusione netta del “governissimo” – la cui accettazione sarebbe risultata una scelta fatale per il futuro del centrosinistra – e, dunque, l’apertura di dialogo e di credito verso il Movimento Cinque Stelle, ossia con la politica interpretata come scelta vocazionale al servizio degli altri. Senza il riconoscimento di questa modalità innovativa di concepire l’impegno politico, demarcata da un uso autenticamente democratico della Rete e dei suoi strumenti di partecipazione, sarà impossibile un autentica svolta etica e civile.