Il grande sconfitto di queste elezioni, Pierluigi Bersani, ha rivendicato ieri notte l’onere di guidare un esecutivo di transizione che ci traghetti alle prossime elezioni, magari dialogando con Berlusconi. Un’esperienza del genere segnerebbe il tracollo finale del centrosinistra e consegnerebbe tra un anno il paese a Grillo, ma non è questo il problema, adesso.

Nonostante tutto, il Pd e il Movimento 5 Stelle hanno una maggioranza per fare cose bellissime, e anche di sinistra, in Parlamento.

Non per governare insieme, né a lungo, beninteso. Allo stato attuale, solo un miracolo (o un piccolo capolavoro diplomatico) potrebbe dare la fiducia in Senato a un governo Pd-Sel con appoggio esterno del M5S, e sarebbe comunque una fiducia a tempo. Le probabilità di approvare una legge finanziaria coi voti dei senatori di Grillo sono ancora più basse. Dunque si tornerà alle urne prima della fine dell’anno, e per ora è difficile prevedere chi presiederà l’esecutivo. Ci aspettano mesi di campagna elettorale permanente sotto il bombardamento costante dell’impero mediatico berlusconiano, durante i quali il centrodestra avrà gioco facile nel bersagliare un governo impegnato nel compito difficilissimo di affrontare, senza maggioranza, la crisi e la speculazione sul debito pubblico. Se al satrapo sono bastati appena due mesi per recuperare uno svantaggio impossibile, figuriamoci cosa può accadere in un numero imprecisato di mesi di caos.

Ma non tutto è perduto, anzi. Nei programmi (o nelle dichiarazioni programmatiche dei leader) del Pd e del Movimento 5 Stelle ci sono tante convergenze finora rimaste colpevolmente inesplorate, grazie anche all’opera di reciproca demonizzazione dei due partiti.

Anzitutto, una legge che impedisca le concentrazioni nella proprietà di giornali e televisioni. È scritto a chiare lettere nel programma M5S, e il Pd non potrebbe non votarla. Poi, una legge che impedisca di candidarsi a chiunque possiede, direttamente o per interposta persona, anche la più piccola quota di qualsiasi mezzo di comunicazione. In campagna elettorale Bersani l’ha invocata più volte (invero molto tardivamente), e il M5S non potrebbe non votarla. Infine una legge elettorale decente, che garantisca il giusto equilibrio tra rappresentanza e stabilità. Tutti dicono di volerla (a parte il Pdl, che nel caos e nel declino si crogiola), vediamo se avranno il coraggio di approvarla (coraggio che servirà soprattutto al Pd, che senza il porcellum avrebbe ottenuto molti seggi in meno). Per tali provvedimenti la maggioranza sarebbe “bulgara”, anche in considerazione del probabile appoggio dei parlamentari di Monti.

In tali condizioni, il potere di Berlusconi di condizionare la vita democratica del paese verrebbe ridimensionato. Il nuovo governo non sarebbe presieduto (o, peggio, posseduto) dal satrapo, e avrebbe probabilmente una maggioranza stabile. Certo, nessuno può garantire sulla tenuta delle finanze pubbliche contro le ondate speculative e l’inasprimento della crisi che ci aspettano nel frattempo. Ma avremmo pur sempre una base più solida da cui ripartire. Certo, Berlusconi userebbe tutto il suo potere ricattatorio per boicottare l’azione legislativa. Ma sappiamo già che queste camere, pur pienamente rappresentative sul piano democratico (e quindi legittimate a legiferare anche su temi delicati) sono comunque destinate a un rapido scioglimento. Quindi c’è poco da perdere.

E il Pd? L’alternativa al suo malinconico e sempre meno graduale declino è un rinnovamento radicale. Il partito deve liberarsi da una dirigenza che tiene in ostaggio gli elettori di centrosinistra da più di venti anni tanto quanto Berlusconi tiene in ostaggio il paese. E deve smettere di rappresentare soltanto se stesso. Lasciare a Berlusconi, e in parte a Grillo, il monopolio della critica alle politiche di austerità e al processo di integrazione fiscale europea è stato il segno di una incapacità patologica di comprendere lo stato d’animo e le sofferenze del paese, oltre che di una diffusa ottusità nell’interpretazione delle cause delle crisi. Una ottusità e una incapacità di comprendere che sono state perfino amplificate dalla campagna elettorale. Basti pensare al giorno di chiusura, in cui la dirigenza del Pd era rintanata in un piccolo teatro romano a parlare a stessa (interrotta solo dalla malinconica e sfibrata apparizione di un Nanni Moretti con la sfiducia impressa sul volto), mentre a pochi passi Grillo infuocava uno dei luoghi storici della sinistra, piazza San Giovanni, e nel resto del paese Berlusconi imperversava sul piccolo schermo.

Per fortuna, soprattutto se avrà la responsabilità di formare un governo di transizione, Bersani non potrà che dimettersi dalla guida del partito. Forse, sull’orlo del baratro, il Pd saprà cogliere quest’ultima occasione.