Nei lunghi mesi che hanno preceduto le elezioni di questo febbraio, noi suiveurs vecchi e giovani della politica (non di rado affetti da dipendenza cronicizzata a questo letale stupefacente) di commenti in itinere ne abbiamo fatti una miriade, puntuali o sballati si siano rivelati. Invece, ora che le bocce si sono fermate, le analisi risultano un po’ tutte (o quasi) fatte con lo stampino: Bersani non ha vinto, Berlusconi non ha perso, Grillo ha trionfato. Pausa, segue sospiro e commento a chiusura: stupefacente.

Chi scrive non riesce a condividere il merito né il relativo stupore, avendo previsto l’altrapolitica al 25% in un post apparso su questo blog già dieci giorni prima del redde rationem; soprattutto facendo adesso un minimo di conti, da cui risulta che tanto Pd come Pdl si riposizionano a marcia indietro: Bersani avendo perso tre milioni di voti e Berlusconi sei, a fronte di un astensionismo cresciuto di ulteriori cinque punti rispetto al 2008. Solo il gioco a sviare delle percentuali, calcolate senza precisare che la base numerica si è ristretta rispetto al dato storico comparativo, può consentire la mimetizzazione truffaldina della sconfitta di entrambi i leader delle coalizioni contrapposte. Sì, Bersani e Berlusconi hanno perso un pacco gigantesco di voti, al di là delle chiacchiere.

Il che conferma un altro punto già segnalato: l’estrema modestia degli attori in campo; compreso l’imbonitore di Arcore, che ha smarrito per strada quasi metà dei consensi e i lacchè te lo magnificano come un genio acchiappavoti: lo fanno sembrare tale competitori che sono ancora più scarsi. A cominciare dal baccalà Mario Monti, rivelatosi il solito milanese naif dal pedigree bocconiano, immancabilmente predisposto a farsi infinocchiare dall’ennesimo consulente tirapacchi. Lo diceva Carlo Freccero su La7 e lo ripeto: l’esperto fatto arrivare dagli States per dare un tocco fashion alla campagna del premier si è rivelato il massimo del provincialismo, con lo stelle-e-strisce che pensava di essere venuto a venderci le perline. Da qui il risultato geniale di aver fatto piazza pulita del tipico imprinting “sobrietà” montiano, sostituito autolesionisticamente dal modello “politico alla mano delle Grandi Pianure” con contorno di cagnetti a noleggio e birrette varie. Ci mancava solo il cappellaccio da cowboy e l’imbarazzatissimo in loden avrebbe cominciato a singhiozzare… L’austerità è a malapena accettabile se imposta da un tipo austero, diventa provocazione intollerabile da parte di un ridanciano zuzzurellone: che la Lista Civica sia riuscita comunque a incassare un dieci per cento dei voti ha davvero del miracoloso.

In sostanza, dal punto di vista dell’establishment queste elezioni avevano un obiettivo primario e uno secondario. Il primo era tentare di togliere da sotto il sedere dell’ingombrante Berlusconi il tappeto di consensi su cui è seduto da vent’anni. Doveva farlo Monti, ma la missione non è andata a buon fine. Quel tappeto si sta disfacendo per consunzione e un pezzo glielo ha tranciato via Grillo. Il secondo obiettivo era stabilire se il Pd dovesse stipulare l’accordo di governo dopo le elezioni con i “carini” del cosiddetto centrismo (oltre al professore, i Montezemoli, i Fini e i Casini) oppure con il cacicco di Arcore. Anche in questo caso Monti ha fatto harakiri e l’avanzata degli alieni discesi da Cinquestelle ha reso problematica ogni forma di neoBicamerale inciucesca.

E allora? Niente paura: come già si diceva questa è una partita che si gioca sull’arco dei due tempi. E la prossima volta si ritornerà in campo avendo liberato il match da molti giocatori-zavorra. L’incontro potrà concludersi positivamente se i contendenti residui (rinnovati sull’intero fronte da molte nuove entrate e da altrettanti pensionamenti) avranno capito che non è più il momento di scherzare e se si avrà avuta l’accortezza di stabilire regole di fine partita un po’ meno demenziali di quelle che erano vigenti nel primo tempo. Ossia una nuova legge elettorale. Tutto qui. Gli annunci di catastrofi sono solo le teatralità care a un’informazione – come dire? – “pigra” e a un’establishment che non sa fare altro che spendersi la carta della paura. Ma gli italiani hanno raggiunto un tale livello di disperazione che dello spread o del prossimo inquilino del Colle non gliene può fregare di meno.