Una tragedia dell’abbandono, che ieri si è consumata a pochi chilometri da casa mia, mi ha profondamente impressionata, e non posso fare a meno di parlarne, anche se non è mia abitudine commentare fatti di cronaca.

Due vecchi coniugi di ottantuno e ottantacinque anni vivono in un paese della cintura di Torino, San Mauro. Lei è ammalata gravemente di demenza: non riesce più ad alzarsi dal letto, e ha perso ogni autonomia. Lui la accudisce, pur non avendo più forze né salute, giorno dopo giorno, ora dopo ora, sempre più stanco e solo. Hanno una colf che si reca a casa, due volte al giorno, a preparare i pasti. Ieri pomeriggio l’anziano prende una lametta e taglia le vene dei polsi alla moglie, e le sta accanto finché non la vede spirare. Poi cerca di fare altrettanto con se stesso, e non riuscendoci, si uccide col gas. Li trova, la sera, la colf. La storia del tristissimo capolavoro cinematografico di Michael Haneke, Amour, ha preso la terribile forma della realtà.

Ci sarebbero domande che sorgono spontanee: come mai questi due vecchi non avevano assistenza sanitaria a domicilio? Come mai quest’uomo non era supportato nel suo compito di stare vicino alla moglie? Dov’era la sanità piemontese? Dov’era la loro famiglia? Su queste questioni, tuttavia, sappiamo sempre troppo poco e rischiamo giudizi affrettati.

C’è invece un altro tema che vorrei sollevare. Da tempo si parla dell’esigenza di accompagnare alla fine della vita gli anziani dementi con cure palliative: cure che tolgano il dolore e sostengano la famiglia nel terribile compito di assistere un paziente malato di Alzheimer o di altre forme di demenza, che spesso non riconosce più nemmeno i parenti più stretti, diventa aggressivo, o completamente assente, e non autosufficiente.

In Italia sono presenti oggi oltre 500.000 ammalati di demenza, e questi numeri sono destinati ad avere un notevole incremento. Se l’attesa di vita continuerà a crescere, nei prossimi decenni la demenza sarà la prima causa di morte. Che cosa aspettiamo a costruire buone soluzioni per questi anziani? Cure palliative che rendano più umane le residenze sanitarie assistenziali, dove questi malati sono ricoverati nella maggior parte dei casi? La possibilità di lasciare un testamento biologico che consenta loro di non giungere all’estremo limite della malattia, e di scegliere, ad esempio, di non essere curati con antibiotici in caso di polmonite (frequente complicazione della malattia d’Alzheimer)? Buone cure domiciliari per coloro che possono restare a casa? Un supporto materiale e psicologico per chi li cura, e va incontro ad anni molto duri?