Al risveglio, l’uomo ha la faccia di chi non si capacita.

La faccia di un uomo che non si capacita è ottusa, quasi una regressione di stadio evolutivo: potrebbe ricordare il muso di un primate al quale abbiano raso al suolo gli alberi che gli permettevano di balzare da un ramo all’altro.

L’uomo con la faccia di chi non si capacita non ha così tanti peli come un primate. È solitario nel letto, sordo dietro i tappi che si è conficcato nelle orecchie prima di coricarsi. A mezzanotte, quelli erano arrivati a festeggiare fin sotto le sue finestre, facevano dei girotondi, strillavano, lo canzonavano: cattivi come sanno esserlo certi vincitori.

L’uomo con la faccia di chi non si capacita presume che siano ancora lì, rintronati dalla stessa gioia stolida di qualche ora prima. Si rigira nel letto, mai quel letto gli è parso così enorme, immenso. Per un qualche motivo che vorrebbe sapersi spiegare, l’evidenza lo indispone. Prova a riaddormentarsi, non ci riesce.

L’altro, il vincitore, adesso dovrà mantenere le sue promesse, compresa quella di organizzare un po’ di felicità. L’uomo con la faccia di chi non si capacita continua a rigirarsi nel letto, scatti rabbiosi, come per sfuggire al tocco maligno di una mano in agguato sotto le lenzuola. Che ne sa quello di come si organizza la felicità? È un uomo triste, triste e infantile, elementare in ogni sua manifestazione. Primordiale. Che ne sa del mondo un uomo così?

L’uomo con la faccia di chi non si capacita prova a raccogliere le idee. Sempre gli basta incasellare un po’ di pensieri per convincersi che ce la farà anche questa volta, nonostante tutto. La felicità: il nocciolo della questione sta tutto lì, nella felicità. Che ne sa di felicità un uomo triste come il suo avversario?

L’uomo con la faccia di chi non si capacita è stato un dispensatore di felicità, lo è ancora. Ha costruito un impero sulla felicità, un impero e anche diverse famiglie. Tutti felici, l’impero e le famiglie. Felici e vincenti. Trionfanti. Fino a che è arrivato quello, che lo ha sfidato e persino osato parlare di felicità. A lui, che della felicità è l’imperatore.

L’uomo con la faccia di chi non si capacita si tira su dal letto, asporta i tappi dalle orecchie, avanza verso la finestra, il passo meno baldanzoso di quanto vorrebbe. Apre i vetri, scosta appena le imposte, sbircia in strada.

Come aveva pensato, sono ancora tutti lì. L’uomo con la faccia di chi non si capacita vorrebbe spalancare le finestre, gridare che se davvero vogliono la felicità la devono cercare nel lavoro, nel lavoro e nella famiglia, nel lavoro nella famiglia e nella casa. E magari in un buon programma televisivo. Quest’ultima frase la sussurrerebbe solo, perché non vuole sentirsi ribadire per l’ennesima volta che lui si muove soltanto per tornaconto personale.

L’uomo con la faccia di chi non si capacita decide che è troppo presto per sfidarli. Deve aspettare che si esauriscano. Che si sgonfino. Si affloscino come sempre si sono afflosciati. Guarda giù. C’è una bella ragazza bionda. Somiglia ai suoi figli, gli pare bella proprio come i suoi figli. Questa però agita un cartello. Felicità è un cucciolo caldo, c’è scritto.

L’uomo con la faccia di chi non si capacita non capisce come un cucciolo caldo possa dare la felicità. Non riesce neppure a immaginarselo, un cucciolo caldo. Di colpo, l’uomo con la faccia di chi non si capacita non riesce a immaginarsi più niente. Vacilla. Si sente vuoto. Vuoto e silenzioso. Senza spinta. Come l’istante che precede il terremoto.

Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta.

Chissà perché all’uomo con la faccia di chi non si capacita è venuta in mente questa battuta. Non sa neppure cosa voglia dire. Carter gli pare che fosse un presidente degli Stati Uniti, uno che comunque aveva vinto poco visto che non era stato neanche rieletto. Anche l’uomo con la faccia di chi non si capacita non è stato rieletto. Quanto meno non è stato rieletto premier. Ed è proprio questo di cui non si capacita. Maledetto Carter. Sente una pressione sotto le palpebre, gli viene da stropicciarsi gli occhi. Lo fa, ci mette il vigore di chi pretende di riagganciare una realtà che sta andandosene per i fatti propri.

Quando ritira le dita, sono bagnate: sta piangendo. L’uomo con la faccia di chi non si capacita non ha mai pianto prima di adesso. Gli pare una cosa curiosa, mortificante ma non del tutto spiacevole. Va avanti ancora per un po’, dopo che ha smesso decide che d’ora in poi piangerà spesso. Fra l’altro, ha scoperto che piangere mette appetito. Solleva l’apparecchio telefonico, ordina che gli servano la colazione. Dopo che ha riagganciato, chiama di nuovo, aggiunge che insieme alla colazione vuole anche che gli portino un cucciolo caldo.