Pensate che in Italia le chiacchiere sull’Imu abbiano ormai assunto i connotati della barzelletta? Bene, allora fate un salto in Cina. Qui, oltre Muraglia, dove evidentemente hanno una certa dimestichezza con il mattone, da mesi,se non da anni, va avanti il tira e molla su una tassa che dovrebbe sgonfiare la bolla immobiliare, produrre investimenti per settori più innovativi e al tempo stesso rendere il Paese un po’ più eguale: la tassa sulla proprietà.  

L’ultima mossa del Consiglio di Stato (cioè di fatto il governo di Pechino) è stata quella di annunciare che la tassa già in vigore a titolo sperimentale a Shanghai e Chongqing sarà estesa “ad altre città”. Non è chiaro quali, ma si pensa a quelle di prima fascia (Pechino, Shenzhen e Guangzhou) e forse a quelle di seconda (una decina, oltre alla già citata Chongqing). L’imposta già in vigore, colpisce gli acquirenti di nuove case per un tasso compreso tra lo 0,5 e l’1,2 per cento sul valore dell’immobile. L’annuncio lascia intendere che la misura potrebbe essere definitivamente varata entro la fine dell’anno ma, in base all’esperienza passata, il suo percorso potrebbe essere costellato di “se” e di “ma”. Non a caso, meno di un mese fa l’iter della “patrimoniale secondo caratteristiche cinesi” fu di fatto bloccato per l’ennesima volta. Perché?

Il punto è che, come un po’ in tutto il mondo, i padroni del vapore difficilmente tassano sé stessi. La bolla immobiliare cinese è infatti legata a doppio filo con il potere politico. C’è innanzi tutto il fenomeno della corruzione. In Cina, il funzionario compiacente si compra spesso e volentieri con il dono di una casa, in genere principesca, e intestata ad amici e parenti. Negli ultimi mesi sono stati pubblicati molti articoli che denunciano casi di funzionari con stipendi da poche migliaia di renminbi che però possiedono tra i venti e i quaranta immobili. È l’effetto della campagna anticorruzione e contro gli “eccessi” lanciata dal nuovo leader, Xi Jinping, preoccupato dalla graduale disaffezione dei cinesi rispetto al Partito. Così, tra novembre e dicembre si è registrato un numero record di vendite immobiliari, proprio negli stessi luoghi in cui si verificava un parallelo aumento dei prelievi di contante. I funzionari “monetizzavano” in fretta e furia prima di essere scoperti con le mani nel sacco. E poi, magari, esportavano i capitali all’estero, con la valigetta, tutto il mondo è paese.

Ma la bolla è gonfiata anche da ragioni meno torbide e più strutturali. Le amministrazioni locali, per esempio, colmano i propri deficit di bilancio proprio vendendo terreni ai cosiddetti “sviluppatori” (leggi “palazzinari”), che li sottraggono così ai contadini, creando come danno collaterale un fenomeno di espulsione dalle campagne. Si dirà: se c’è il bisogno di case è perché evidentemente c’è domanda. Non necessariamente: le cattedrali nel deserto proliferano, solo che la gente continua a investire i propri risparmi nel mattone perché è quasi l’unica forma di investimento possibile e garantisce ampie rendite (finché la bolla non esplode, si capisce). Un altro danno collaterale consiste nel fatto che questi capitali sono sottratti così a investimenti più produttivi, e questo proprio mentre la Cina cerca di convertirsi da “fabbrica del mondo” a produttrice di merci ad alto valore aggiunto. Così, negli ultimi dieci anni il costo della casa è aumentato in Cina di dieci volte, provocando il terzo danno collaterale: l’esplosione degli affitti, che penalizza i redditi bassi e medio-bassi di tutti quei cinesi che non possono permettersi di acquistare una casa. E, da queste parti, dormire sotto un solido tetto è il presupposto necessario per potersi sposare, cioè per essere socialmente accettabile.

Ne discende una frustrazione diffusa, che accomuna contadini trasformati in mingong (lavoratori migranti), piccoli imprenditori che non accedono agli investimenti fagocitati dal mattone e ceti urbani che, di fronte all’aumento dei prezzi immobiliari, si scoprono impoveriti. Nonostante alcune misure antibolla del governo – che riguardano soprattutto la limitazione della concessione di crediti ai costruttori e di mutui ai compratori – i prezzi hanno ripreso a crescere pericolosamente negli ultimi mesi. A gennaio, per esempio, i maggiori developer cinesi hanno raccolto in totale 5,4 miliardi di dollari dai loro azionisti: una cifra che corrisponde alla metà di quanto avevano raccolto in tutto il 2012. È la prova che la curva del mercato sta di nuovo puntando verso l’alto.

Ecco perché una “Imu secondo caratteristiche cinesi” che colpisca soprattutto le seconde case, si rende sempre più necessaria: bisogna tarpare le ali a chi specula. Ma ecco anche perché il potere cinese incontra incredibili resistenze interne a metterla in atto: c’è una Cina che vive di seconde, terze, quarte case, e un’altra Cina che soffre proprio di questa proliferazione. Ora, per disinnescare la bomba a orologeria, Pechino sembra voler fare sul serio. Salvo contrordine.

di Gabriele Battaglia