Il pentito Domenico Frascogna fa uno sforzo di memoria. Afferma che il “clan dei Casalesi alle politiche del 1992 sostenne Nicola Cosentino”. Peccato che Nick l’Americano, a quelle elezioni, non fosse candidato. Cosentino si gira verso i suoi avvocati Agostino De Caro e Stefano Montone, scuote la testa e dice: “Ha confessato omicidi su omicidi e sta ai domiciliari…”. Lo schermo della videoconferenza rimanda la nuca del teste. Domande. Risposte. Contestazioni. Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, collegio C della prima sezione penale. Aula praticamente deserta, eppure il processo per collusioni camorristiche a colui che il gip di Napoli Egle Pilla ha definito “il referente politico nazionale del clan” sta entrando nel vivo. Parlano i collaboratori di giustizia. E il tempo delle guarentigie parlamentari si sta esaurendo: tra un paio di settimane si insedieranno le nuove Camere e Cosentino perderà lo status di deputato, e con esso lo scudo che lo protegge dall’esecuzione di due ordinanze di arresto in carcere. Dallo staff dei legali spiegano che tra martedì e mercoledì l’ex sottosegretario all’Economia ed ex coordinatore regionale del Pdl, non ricandidato da Silvio Berlusconi in nome delle “liste pulite”, presenterà le istanze di revoca dei provvedimenti. “Non volevamo presentarle durante la campagna elettorale per evitare strumentalizzazioni in un verso o nell’altro, abbiamo preferito una tempistica che consentirà ai magistrati del tribunale di prendere le loro decisioni dopo il voto”.

Udienza dedicata all’ascolto di due pentiti di vecchio corso, Domenico Frascogna e Raffaele Ferrara. Il pm Alessandro Milita li sollecita su dichiarazioni istruttorie rese alla fine degli anni ’90, il periodo in cui decisero di passare dalla parte della giustizia. Frascogna precisa che nei primi anni ’90 fu chiamato da Dario De Simone (un altro collaboratore di giustizia, tra i perni dell’accusa, ndr) che gli disse che “Francesco ‘Sandokan’ Schiavone aveva dato ordine di far votare Cosentino alle elezioni”. Quali? E in che partito? Qui le parole di Frascogna perdono chiarezza: attribuisce a Cosentino l’aggettivo di “democratico… democratico cristiano…” e a domanda precisa dei legali del parlamentare circostanzia un sostegno del clan alla candidatura di Cosentino alle politiche del ’92, mai avvenuta.

Frascogna parla anche di una visita di Cosentino alla sua pizzeria di Casapesenna (Caserta) “insieme a un avvocato appartenente agli Schiavone” quando si sarebbe appartato con due ras dei casalesi.

Dopo la pausa delle 14, la videoconferenza rimanda la nuca di Raffaele Ferrara, l’ex capozona di Parete (Caserta): “Non ho conosciuto direttamente Cosentino, l’ho sostenuto alle elezioni regionali del ’95 su indicazione di Aniello Bidognetti (figlio del boss Francesco Bidognetti, ndr), che riferì che bisognava appoggiarlo perché così aveva deciso la cupola del clan. E tramite un mio parente feci tappezzare la mia zona di manifesti di Cosentino, era Aniello Bidognetti a mandarmeli”. Cosentino fu poi eletto consigliere regionale nelle fila di Forza Italia. “Era lui, mi disse Aniello, il nostro referente politico, anche in considerazione della parentela tra Cosentino e la famiglia Schiavone”. Qui Cosentino perde la calma (“non sono parente di nessuno”) portando il pm a chiedere a l’imputato di “ricomporsi”. E’ un riferimento, più volte ricordato dalle cronache, al fidanzamento risalente ai primi anni ‘90 tra la sorella di Peppe Russo, detto “O Padrino”, un killer del clan, fedelissimo di Sandokan, e un fratello del deputato (i due si sono poi sposati, ndr).

Cosa avrebbe promesso Cosentino in cambio? Ferrara non fornisce indicazioni concrete ma spiega: “Il clan non dà mai niente per niente. Aniello Bidognetti mi disse che dall’elezione di Cosentino il clan avrebbe avuto profitti sul fronte degli appalti pubblici e dei rifiuti, i due pilastri dei Casalesi, e minor tensione sul fronte della normativa anticamorra“. Ferrara ricorda di aver ricevuto dal clan “una mezza tirata d’orecchie perché alle politiche del ’94, iniziai a sostenere Cipriano Chianese: mi fu spiegato che questa iniziativa non era condivisa dai capi”. Viene tirato fuori un vecchio verbale in cui Ferrara aveva aggiunto che il clan nel ’94 aveva indicato Cosentino. A microfoni spenti l’ex leader Pdl allarga le braccia: “Non ero candidato nemmeno nel ‘94”. Si riprende il 4 marzo con altri pentiti: per Cosentino sarà l’ultima udienza da deputato della Repubblica.