Mi dispiace per coloro tra i miei lettori che considerano il Festival di Sanremo una boiata inguardabile e chi se ne occupa un perdigiorno, ma voglio tornare sull’argomento e proporre una riflessione finale che riassuma quanto emerso da una settimana di televisione.

Ancora una volta, infatti, Sanremo ci ha detto molte cose sul mondo e soprattutto sulla sua rappresentazione televisiva. E, per una volta, ci sono notizie confortanti. Lasciamo da parte l’analisi dei vari elementi, della messa in scena e dei personaggi, dei contenuti e della scrittura, da cui sono emerse cose molte interessanti, molti pregi e anche qualche errore. D’altronde come ci ha insegnato Billy Wilder, nessuno è perfetto nella vita, figurarsi in televisione. Quello che alla fine rimane, però, è un dato molto importante, una svolta moto significativa nel percorso della nostra televisione.

Per spiegarmi bene, faccio un passo indietro. Per anni ho sentito pronunciare da chi crede di saper fare televisione una frase che mi faceva imbestialire: “non sono cose da prima serata”, riferita alle proposte che volevano introdurre in quella fascia di programmazione qualche contenuto di un certo spessore e una certa qualità di scrittura. Insomma, l’idea era questa: anche nel servizio pubblico, bisogna compiacere i gusti dell’audience più vasta che, com’è noto, sono inclini al peggio, alla ripetizione, al sensazionalismo, alla banalità. E’ vero che, sempre nell’ambito del servizio pubblico, c’è una strana area in cui appaiono con successo scrittori e musicisti, critici d’arte e registi cinematografici mescolati a una comica con spiccata passione per la coprolalia. Ma è un’anomalia, come dimostra appunto la singolare mescolanza, una sacca di resistenza di un modo di far televisione e di un tipo di telespettatore destinati a estinguersi.

Poi succede che la nuova direzione di Rai 1 affida agli organizzatori di questa anomala resistenza il Festival di Sanremo, cinque prime serate. E si scopre che si può fare. Che, in prima serata, si può fare musica classica, si può ascoltare ottima musica leggera (Veloso ma anche Silvestri, Cristicchi, per non parlare di Elio che appartiene alla categoria della genialità); che i vincitori dei talent sanno interpretare Tenco come nessuno ha mai fatto, che si può parlare in forme televisive originali e perfino divertenti di diritti civili e di violenza sulle donne, che si può ospitare la donna più bella e raffinata del mondo e farla giocare spiritosamente con quella incline alla coprolalia, che anche a Sanremo i bravi registi e i bravi scenografi possono esprimere la loro creatività: basta una scala. E che tutto questo interessa al 40% dell’audience.

Insomma pensate: per anni i signori del “non è roba da prima serata” hanno tenuto in scacco, con un grandissima balla, tutti, pubblico, critica, chi studia e chi progetta la televisione, imponendo l’egemonia della banalità e di un cattivo gusto che sono la loro cifra e non necessariamente quella degli italiani. Ecco, questo è il risultato che ci lascia il Festival di Sanremo. Se vi pare cosa di poco conto….             

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