Vi ricordate l’Inferno di Dante? All’entrata del secondo cerchio, Minosse giudica i peccatori e li smista fra i vari gironi. “Giudica e manda secondo ch’avvinghia”, dice il poeta: il numero di spire della propria coda nelle quali il mostro si avvolge, è quello del girone che accoglierà l’anima prava.

Da qualche giorno, la commedia della professione economica italiana, ha trovato il suo Minosse. In un suo post di qualche giorno fa Paolo Manasse, dell’Università di Bologna, “giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Per giudicare i suoi colleghi, Manasse utilizza un metodo più al passo coi tempi: anziché nella propria coda, si avvolge nel curriculum vitae dei colleghi che giudica.

“Stavvi Manasse orribilmente e ringhia…”

Dal giudizio in effetti un po’ ringhioso dell’illustre collega escono male tre economisti che i lettori forse conoscono: Loretta Napoleoni (alla quale si rimprovera di avercelo corto, il curriculum); Claudio Borghi Aquilini (al quale si rimprovera di essere un uomo di cultura: ma, si sa, fra il “culturame” e certi regimi non è mai scorso buon sangue); infine, umilmente, il sottoscritto (al quale si rimprovera di insegnare in una università di provincia).

Una parola buona per tutti.

Sommessamente osservo che l’università di provincia nella quale insegno ha ospitato nel tempo talenti riconosciuti, fra i quali alcuni sono attuali colleghi di dipartimento del prof. Manasse (e li ricordo con stima), altri sono oggi seriamente impegnati ad arrestare il declino del nostro paese. Per fortuna il blog del prof. Manasse è poco frequentato, perché sa com’è la gente di provincia, semplice, alla buona… Se qualcuno leggesse certe considerazioni, potrebbe, magari, chissà, per puro spirito di carità cristiana, pensare di risparmiare a qualche futuro talento della nostra accademia l’onta immedicabile di uno straordinariato in provincia, consigliando Harvard come sede più appropriata.

Torniamo al punto. Non ci crederete, ma l’approccio del nostro novello Minosse mi convince pienamente e secondo me, funziona. Perché, pensateci, col suo metodo, più è lungo (il curriculum) e più te lo avvolgi intorno. Ai più bravi, quelli che ce l’hanno veramente lungo, riesce addirittura di farci nove giri! Finiscono così nel nono girone, quello dei traditori.

Appunto.

Pare che le cose funzionino proprio così, nella professione economica, dove accade ahimè che ai curriculum più prestigiosi si associno non solo e non tanto gli svarioni più incredibili, ma soprattutto i più sorprendenti voltafaccia. A cominciare da quello dello stesso Minosse (pardon, Manasse), oggi schierato sulle posizioni del Partito Unico Dell’Euro (PUDE), del quale riprende gli argomenti (gli esiti disastrosi di un’eventuale uscita, la storia che l’austerità avrebbe ridotto lo spread, insomma, tutti i ritornelli dell’ala montiana del PUDE). Eppure, prima che l’euro entrasse in vigore, proprio lui ne aveva chiaramente denunciato la scarsa sostenibilità, dimostrando che le strutture produttive dei paesi che stavano per entrare nell’Eurozona non erano sufficientemente omogenee da permettersi un’unica politica monetaria. Una ricerca pubblicata nel 1995 niente meno che sulla prestigiosa European Economic Review. Chapeau! Quando mi è capitato di chiedergli come mai avesse cambiato opinione, ho ricevuto una esauriente risposta. Ho quindi rinunciato a chiedere perché mai anche oggi in inglese dica una cosa (cioè che l’euro è insostenibile) e in italiano un’altra (cioè che dobbiamo difenderlo).

Ma il prof. Manasse è in buona, anzi, ottima compagnia (ovviamente, secondo il suo metro di giudizio).

Ad esempio, qualche giorno fa son capitato, per lavoro, su un interessante articolo pubblicato nel 1997 da Maurice Obstfeld di Berkeley su un’altra rivista prestigiosissima, i Brookings Papers on Economic Activity. Titolo? “L’azzardo europeo” (Europe’s Gamble). A p. 301 il commento di un collega: “È un articolo eccellente e veramente completo, e sono totalmente d’accordo col suo messaggio. Anzi, sono ancor più pessimista di Obstfeld: l’euro è un rischio che non dovremmo correre”. Accipicchia, più chiaro di così! E sapete chi era l’illustre collega? Uno che ce l’ha lunghissimo (il curriculum): Alberto Alesina di Harvard. Sì, quello che già nel 1996 denunciava “I quattro grandi bluff dell’unione monetaria”, dicendo dalle colonne del Corriere della Sera le stesse cose che avete forse letto in qualche mio scritto, perché le ho imparate da lui: che la moneta unica non è necessaria per lo sviluppo del mercato comune, che la flessibilità del cambio non ha costi economici rilevanti, che non è stato il percorso verso l’euro a favorire il rientro dall’inflazione, e che la moneta unica avrebbe allontanato, anziché favorito, l’unione politica dei paesi europei.

Insomma, le cose che tutti gli economisti veri sanno, e che qualcuno però dimentica proprio mentre stanno succedendo sotto gli occhi di tutti. Eh già! Perché oggi il collega dal lungo curriculum ritiene, sempre dalle colonne del Corriere, va da sé, che per salvare questo euro da lui giudicato un bluff, noi si debba versare lacrime e sangue, e svendere il paese ai capitalisti stranieri.

Nono cerchio anche per lui, senza dimenticare un posticino per il caro leader del partito eurista. Chi?

Ma è chiaro: quello che nel 1992 diceva che recuperare la flessibilità del cambio sarebbe stata una follia, poi nel 1993 (primo giro di valzer) ammetteva che svalutare ci aveva fatto bene, poi nel 1995 (secondo giro di valzer) ammoniva che, anche se l’economia stava andando bene, avremmo dovuto fare i sacrifici, possibilmente mentendo agli elettori, secondo l’esempio di Menem in Argentina. Sì, sto parlando proprio di lui: il senatore Monti.

Il Menem che Monti citava allora ad esempio, come si è poi saputo, aveva un paio di difettucci: era un corrotto e mandò fallita l’Argentina nel 2001 (ce lo ricorda Debora Billi). Credo non ci sia prova migliore del fatto che questa gente va mandata a casa perché è pericolosa, in attesa che sia Minosse, e non Manasse, a decidere la loro collocazione più opportuna.

Post scriptum: caro professor Manasse, valeva la pena di deludere tanti suoi lettori, me compreso, per difendere una persona che parla di euro senza nemmeno sapere in che anno lo abbiamo adottato!? Tanto come andrà a finire lei lo sa quanto me. Tiremm innanz

(ringrazio per il titolo Alessandro Guerani)

Aggiornamento del 22 febbraio 2013 – ore 14

Ricevo e pubblico la replica di Paolo Manasse, che potete trovare a questo link

Questa la mia controreplica:

Posto di fronte alla dolorosa scelta fra un’onorevole ritirata e una disonorevole sconfitta, il prof. Manasse ha preferito una disonorevole ritirata, tentando di presentare come un anodino Discours de la méthode quello che in effetti è stato percepito da tutti per ciò che era: un attacco personale, del quale possiamo salvare solo l’intento, quello sì caballeresco, di dare una mano a un collega in difficoltà coi numeri.

Ciò mi addolora, sinceramente, per tanti motivi. Intanto, perché continuo a stimare la statura scientifica del prof. Manasse (stima che ho dimostrato citando decine di volte i suoi lavori nel mio blog, nei miei modesti lavori scientifici, e altrove). Poi perché, pur ritenendo il suo intervento fuori luogo, nel merito sono assolutamente d’accordo con lui.

E vorrei vedere!

Fatta astrazione dalle motivazioni e dal metodo usato, i due punti sollevati dal professore sono rilevanti e incontrovertibili. Esiste indubbiamente, come egli dice nella sua replica, un problema di “credibilità dei cosiddetti esperti”, ed è indubbiamente vero che, come sostiene nel suo primo intervento, in caso di problemi è vitale rivolgersi a uno specialista.

Se posso sommessamente permettermi una critica (che, vi assicuro, mi costa molto, essendo sempre stato convintamente rispettoso delle gerarchie accademiche), a me pare che il ragionamento del professore, pur partendo da premesse giuste, giunga però a conclusioni sbagliate.

La conclusione che il problema di credibilità si risolva col metodo da lui suggerito, quello di misurarsi il cv, secondo me rimane errata.

Attenzione! Non è assolutamente mia intenzione disconoscere il ruolo vitale dei meccanismi di valutazione della ricerca, meccanismi ai quali partecipo, come è dovere di ogni membro della comunità scientifica. Anch’io, come ogni economista, faccio spesso da referee, il che significa (per i profani) che curatori di riviste di buon livello ritengono di affidarmi il compito della peer review, cioè di giudicare “quello che vale e quello che non vale” nel lavoro di colleghi. Mi sottopongo a mia volta alla peer review altrui, come tutti. Sono consapevole del fatto che è questo meccanismo che ci porta ad avanzare nel percorso della conoscenza, con alti e bassi.

Il punto è un altro: non sono sicuro che usare ranking accademici per scopi impropri come quello di orientare il dibattito politico sia oggi un’ottima idea. Ho anzi il fondato sospetto che ciò possa avere effetti controproducenti sull’immagine della professione.

Ad esempio: come mai il professor Bisin, membro del Gruppo degli Esperti della Valutazione dell’area 13 (economia), l’organismo “tecnico” che sta valutando la qualità degli atenei italiani, nel suo interessante decalogo per i giornalisti esorta a non credere mai ai Krugman, che “sfruttano una reputazione guadagnata in una professione – ed il principio di autorità che ne deriva – per sostenere una posizione politica pre-definita”? Ah, allora le citazioni non sono tutto! No, perché sapete, Krugman ne ha 114768, e, com’è noto, è piuttosto lontano dalle posizioni di dell’ortodossia italiana. Ma pare di capire che la virtù stia nel mezzo: poche citazioni sono un male, ma troppe citazioni stroppiano, se vengono da un avversario ideologico.

Non è opportuno, a mio modesto avviso, dare messaggi simili, che fra l’altro appaiono contraddittori. Notate ad esempio che il professor Manasse, invece, sembra prendersela con Formigli proprio perché questi non ha veicolato al pubblico il principio di autorità derivante dalla “reputazione internazionale”.

Invece di insegnare ai giornalisti a fare il loro mestiere, se vogliamo preservare standard e credibilità della nostra professione, cominciamo col riconoscere che nel modello accademico prevalente la specializzazione conta (che poi è proprio il punto dal quale il professor Manasse parte, e sul quale non si può che concordare con lui). Diciamo allora che “economista”, in realtà, significa poco o nulla, esattamente come “medico” o “musicista”. Puoi anche essere un flautista con 10 dischi di platino al tuo attivo, ma se ti chiamano a suonare un preludio di Chopin per pianoforte sicuramente ti mancherà qualche nota, e se hai un ascesso a un dente non vai dal cardiologo.

Io sono un economista e credo nella divisione del lavoro, che poi non ci viene da Smith, ma da Virgilio: non omnes possumus omnia. Del resto, anche come calciatore valgo sicuramente meno di Ronaldo (e come velista di Soldini, e come economista matematico di Arrow, ecc.). Ma nel mio campo so abbastanza quello che dico, e mi piacerebbe essere valutato per quello, non per dove insegno. In fondo, ai referee che valutano i miei articoli dove insegno non interessa. E allora perché dovrebbe essere rilevante? Forse diventerei migliore se tornassi a Roma, dove ho lavorato per tanti anni? Ma io sto bene dove sto (e questa è la mia forza).

Premesso questo, ribadisco che invece di sventolare i curriculum, sarebbe utile confrontarsi sulle asserzioni dell’esperto di turno. Rischiamo altrimenti di sbriciolare la credibilità dell’intera professione economica, ogni volta che si verifica un clamoroso errore di previsione (e ce ne son stati tanti), perché i cittadini, che poi sono quelli che ci pagano lo stipendio, cominceranno a ritenere che l’economia valga poco, se sono proprio i suoi esponenti più qualificati a prendere tante cantonate. Questo giudizio sarebbe ingiusto, e dobbiamo adoperarci per rettificarlo, come sta accadendo in paesi più liberi del nostro. Ad esempio, qui in Francia spopola il documentario sui “nuovi cani da guardia” dell’oligarchia, nel quale un coraggioso collega, Frédéric Lordon, mette impietosamente di fronte agli eclatanti fallimenti delle loro diagnosi gli espertoni da prima serata dei media francesi (tutte persone di ottima reputazione accademica), denunciando quali incredibili conflitti di interessi spieghino tanta leggerezza.

Un lavoro utile, che prima o poi qualcuno si deciderà a fare anche in Italia.