Quando venne creata, come tutti sanno, la Sicilia era la terra più incantevole che si potesse immaginare. Bella di fuori e forte dentro, figlia del fuoco e madre amorevole dei suoi figli, seduceva i visitatori con il profumo dei gelsomini, degli aranci e dei cedri. L’azzurro mare le rinnovava ogni giorno la sua promessa d’amore lambendone le coste, a volte sabbiose e dolcemente degradanti, a volte aspre e rocciose.

Le sirene, belle ammaliatrici che affascinavano i naviganti al passaggio dello stretto di Messina, abitavano, a quel tempo, le acque felici intorno all’isola. La superficie del mare rifletteva il calore di quella terra ricca di sentimenti e passioni e i fondali rappresentavano un vero e proprio forziere, da cui era possibile attingere gli splendidi doni, che la lussureggiante natura produceva.

Sicania, reginetta delle sirene, pensò allora di ringraziare il dio Nettuno, che aveva concesso loro un posto così incantevole per vivere e decise di fargli dono di un manto, il più bello che potesse cucire con le sue stesse mani. Cominciò così a tessere una tela dove qua e là andò fissando i gioielli naturali che in quel mare vivevano. Colse i delicati coralli della costa aretusea, sparse sul manto l’ambra delle spiagge ragusane e vi incastonò la più fine madreperla che le conchiglie dello stretto potessero dare. Quando il manto fu completo – per fissarne la chiusura – vi pose come diadema una scaglia, la più lucente, che staccò dal suo corpo di sirena a testimonianza della riconoscenza che nutriva per il dio. Nettuno, vedendo quel drappo rilucente e sfavillante, restò talmente affascinato che decise di farne da quel giorno la sua divisa ufficiale. Lo indossava quando andava per mari a ispezionare il regno e lo cingeva in occasione delle sfilate solenni, ostentandolo tutte le volte che usciva a passeggiare, scortato dalle divinità marine. Dovunque egli andasse, gli abitanti del mare erano ormai abituati a vedere un volteggiare di coralli, madreperle e pietre preziose che seguivano, sciamando, il passaggio del dio. Tutto durò così per molti secoli, fin quando un brutto giorno il prezioso drappo, impigliandosi in uno spuntone di roccia che veniva fuori dai fondali marini, si squarciò. Nettuno era disperato. I sudditi erano ormai abituati a vederlo aggirarsi con il continuo sfavillio delle sue gioie e il dio non poteva più fare a meno di quel mantello. Pregò perciò Sicania di riparare lo strappo al più presto per ridargli tutto il suo splendore. La sirenetta prese il mantello e si portò subito in giro per le coste della Sicilia, sperando di recuperare ciò che le serviva. Ma purtroppo un’amara sorpresa l’attendeva. Ad Aretusa i coralli non c’erano più e le conchiglie in fondo allo stretto avevano perso tutta la loro madreperla. Le stelle marine giacevano ormai inerti sul fondo del mare e gli ippocampi non volteggiavano più, festosi come un tempo, per dire la loro gioia di vivere. Sicania si guardò intorno sconsolata. Vagò per giorni e giorni fin quando capì cosa era veramente successo. Riparò allora il mantello e lo riconsegnò al dio del mare. Nettuno felice riprese il suo mantello. Al momento di indossarlo si accorse, però, che era diverso rispetto a prima. Lo stesso sfavillio delle gioie era diverso.

“Queste gioie non sono quelle di prima” disse.

“E’ vero, sire” rispose Sicania “ma le gioie di un tempo sono andate perdute. Queste sono oggi le ricchezze della Sicilia: ho messo il cuore di Falcone e Borsellino al posto del rosso corallo, il profumo dell’onestà della gente al posto dell’ambra e gli occhi pieni di lacrime delle giovani vedove siciliane al posto della madreperla. Ho cucito tutto con il filo della tenacia che caratterizza questa terra e son sicura, sire, che lo strappo del mantello non si riaprirà più.”

Gaetano Campagna