Normalmente evito di occuparmi della malafede e della stupidità. Ciò permette di evitare noiosissime diatribe con personaggi di scarso pelo. Vengo meno a questo proposito dopo aver letto un articolo scritto per Il Giornale da Massimiliano Parente autore si occupa di un piccolo libro scritto da Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti che riassume, come una sorta di Bignami, i lavori di inchiesta contenuti in altri libri che riguardano la fine di Pierpaolo Pasolini, lavori ai quali ho avuto modo di partecipare come autore di alcune inchieste per la Rai coautore di un libro pubblicato lo sorso anno.

Il libro della Benedetti, che Parente mostra di non aver letto, non riuscendo ad entrare in alcun modo nel merito dei contenuti, non è il vero obiettivo del commentatore de Il Giornale, esso è un pretesto; crea l’occasione per l’ennesimo attacco rivolto a corna basse verso coloro che, in questi anni, si sono occupati della fine dello scrittore di Casarsa.

Prima di Parente, nella meritoria opera di tentare di seppellire sempre più profondamente il cadavere martoriato di Pasolini, si erano distinti personaggi come Mario Cervi, sempre su Il Giornale e Pierluigi Battista dalle colonne del Corriere. Le teoria di questo allegro terzetto è piuttosto semplice: chi si occupa ancora dopo oltre 37 anni del delitto è un complottista.

Parente, con raffinata penna, paragona coloro che hanno seguito la vicenda e con il loro lavoro hanno fatto emergere fatti gravissimi dei quali sommariamente dirò dopo, ai fanatici di Scientology o ai visionari che vanno a caccia di Ufo o cercano salme di alieni nell’Area 51. Nessuno dei tre, ha mai contestato nel merito gli elementi emersi in questi 37 anni. Elementi basati su documenti, atti giudiziari, perizie e testimonianze giurate. Tutti gli elementi che in un’aula di giustizia formano le fonti di prova. Parente e i suoi sodali in questa santa guerra per seppellire in un pilastro di conformismo e di comode verità, la fine di uno dei maggiori intellettuali italiani, si guardano bene dal prendere atto che nello stuolo degli ufologi pasoliniani e dei visionari complottisti dovrebbero immediatamente arruolare il Procuratore della Repubblica di Roma e il sostituto Francesco Minisci, che hanno riaperto il caso Pasolini, non in una discussione da bar, ma in una sede giudiziaria, dopo che un giudice ha riconosciuto fondati i motivi contenuti nell’istanza presentata dall’avvocato Stefano Maccioni. Difficilmente si arriverà ad un’imputazione verso qualche soggetto (i protagonisti sono quasi tutti morti), ma appare prevedibile che il provvedimento della Procura romana, così come  è avvenuto per il caso Mattei, riscriverà una storia che per 37 anni è stato un coacervo di menzogne. Questo Paese ha diritto ad avere verità?

Parente e gli altri acuti commentatori della sua congrega non contestano nel merito i risultati contenuti nelle inchieste giornalistiche e giudiziarie di questi anni. Alle prove, ai documenti, alle testimonianze oppongono – secondo lo stile inaugurato da Giovanardi per Ustica – solo affermazioni apodittiche e qualche insulto da caserma. Non smentisco fatti, prove e documenti per la semplicissima ragione non hanno alcun elemento a sostegno. La loro tesi si riassume una battuta partenopea “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato…scurdammoce ‘o passato). Faccio alcuni esempi. Non hanno mai potuto smentire un verbale di interrogatorio, redatto dalla squadra Mobile di Roma, 17 ore dopo la morte di Pasolini, nel quale il ristoratore Panzironi, proprietario del Biondo Tevere, descrive l’accompagnatore di Pasolini la sera del delitto come un giovane che nulla ha anche vede con i connotati di Pino Pelosi: giovane con i capelli biondi, lunghi fino alle spalle e pettinati all’indietro. Pelosi, come attestano le foto d’epoca e la perizia medico legale, aveva i capelli bruni, corti e ricci.

Non possono confutar neppure la genesi del collegio di difesa che guida Pelosi nella sua confessione. A difendere Pelosi è Rocco Mangia un avvocato che difendeva gli squadristi neri e i massacratori del Circeo. Alla famiglia di Pelosi lo indica un giornalista, iscritto alla P2. Il suo onorario sarà pagato da altri personaggi. I suoi consulenti saranno l’ideologo nero Aldo Semerari, anch’egli legato alla massoneria e alla criminalità organizzata e il professor Ferragutti, anche lui pidduista. Perché una tale compagnia si mobilita per un borgataro di diciassette anni?

La domanda centrale in questa vicenda riguarda l’ossessione ideologica contro la ricerca della verità. Lo stesso accanimento registrato per Ustica. E’ questo che mi colpisce di più. Perché chi continua a cercarla oggi, ancora oggi, da tanto fastidio ai coriferi della destra? Perché tanto accanimento nel imporre, senza mai portare alcun elemento concreto, che venga negata persino l’esistenza dell’appunto 21 “Lampi sull’Eni” del libro Petrolio a cui Pasolini lavorava quando venne ammazzato da un commando composto da più persone (il ritrovamento da parte del Ris di un Dna estraneo a Pasolini e Pelosi sui reperti della scena del crimine lo sancirà in modo definitivo).

Parente accusa chi cerca la verità, di aver ucciso Pasolini. Non è una provocazione, è solo una cialtroneria. Pasolini è stato fisicamente ucciso da sicari prezzolati, ma è stato massacrato dall’infamia di un Paese senza pietà. Perché la prima pietà verso la vittime è bene ricordarlo dovrebbe essere quella di dare loro verità e, se possibile, giustizia. Imporre l’oblio e il silenzio significa invece far parte moralmente della banda dei feroci assassini dell’Idroscalo. Altro che Ufo e alieni.