Il commissario europeo agli affari economici Olli Rehn ha dichiarato ieri che ove il Pil si deteriori, è ipotizzabile di concedere ai paesi in maggiore difficoltà un tempo più lungo per la correzione del proprio deficit.

Il finlandese di ferro sembra avere capito che il rigore cieco rischia di essere un boomerang che farebbe avvitare tutta l’Europa e non solo la cicale del Sud in una spirale recessiva insostenibile; molti tireranno un respiro di sollievo.

In effetti l’allentamento dei vincoli rigoristici sembra inevitabile a meno di non accettare il disastro che si sta configurando. Tuttavia occorre una qualche riflessione, per sottolineare come il governo italiano avesse nel 2010 pianificato il pareggio di bilancio per il 2014, ipotesi inizialmente accettata dalla Ue e poi improvvisamente respinta quando la Ue fece proprie le “raccomandazioni” della lettera Draghi/Trichet che chiedeva all’Italia di anticipare il pareggio di bilancio al 2013.

Tutti si ricorderanno gli eventi successivi: le resistenze italiane a un progetto che appariva insostenibile a meno di misure ammazza consumi, l’esplodere dello spread; le richieste accorate di “fare presto”, la caduta del governo, la nomina di Monti a senatore a vita e poi a Presidente del consiglio, il decreto “salva Italia” – mai nome fu peggio attribuito – e il successivo anno di lacrime e sangue.

Bene, ora lo stesso Rehn, che ha martellato per mesi i Piigs imponendo spietatamente misure immediate oppure il diluvio, che ha lodato Monti per le sue misure enormemente recessive che pianificavano il pareggio nel 2013, si accorge che forse non è stata una buona idea e che in presenza di una crisi senza precedenti forse è opportuna un po’ di pazienza; magari si possono meditare strategie che mirino meno al ritorno immediato e tengano avvistata la tenuta complessiva dei sistemi economici; in pratica ci sta dicendo che il progetto del Governo precedente non era poi così assurdo come ci è stato detto per mesi dalle Cassandre di Bruxelles e dai loro ripetitori nostrani.

Una prima riflessione è: che cosa ha fatto deviare Rehn dalla sua linea? Si è accorto degli errori madornali e, anche senza fare ammenda – tecnici e rigoristi non fanno mai ammenda perché non sbagliano mai – suggerisce una strategia diversa?

Oppure, più pragmaticamente, i paesi più ricchi, che Rehn ha rappresentato negli ultimi due anni, si sono accorti che impoverire i paesi più poveri significa anche perderli come mercato e che l’euro così forte danneggia non solo i Piigs ma anche le esportazioni dal Nord Europa e quindi Rehn fa di necessità virtù o, meglio, cerca di perseguire gli interessi dei paesi più forti che per un momento vanno a coincidere con quelli dei paesi più deboli?

Oppure, ancora, il rientro dal deficit sta diventando un grosso problema anche per i paesi che arrogantemente pensavano di farcela e quindi – come già accadde per Germania e Francia anni addietro – le regole diventano improvvisamente elastiche?

Sia come sia, la mossa di Rehn, che sicuramente non è tutta farina del suo sacco, induce una seconda riflessione: se questa politica meno assurdamente rigorista avesse improntato i “suggerimenti” dell’Europa sin dal 2010, avremmo potuto procedere con più sicurezza verso il pareggio di bilancio nel 2014 come già pianificato e quindi ci sarebbero stati risparmiati Monti e i suoi tecnici, Fornero di cui avremmo volentieri fatto a meno di conoscere l’esistenza, gli esodati, l’Imu ammazza immobili, la riforma flop del lavoro, la riforma delle pensioni da capoclasse e via dicendo e si sarebbe potuto con più calma procedere ad elezioni nella primavera del 2012 anziché sciropparsi il Governo di emergenza?

Probabilmente si e allora la domanda che sorge spontanea, circa questi ultimi dodici mesi di passione è: Cui bono? A vantaggio di chi abbiamo sacrificato il ceto più povero e quello medio della nostra nazione e delle altre nazioni più deboli dell’Europa?

Forse alle banche, almeno secondo Luttwak e il Fmi, certamente anche ai convinti che le crisi sono benvenute perché in loro presenza si fanno le riforme che altrimenti sarebbero socialmente rigettate, che hanno avuto il vantaggio di potere applicare le proprie idee; fatto salvo per questa gratificazione del loro ego, per il resto: lacrime e sangue con quasi tutti perdenti e, a giudicare dai ripensamenti di Rehn, quasi nessun vincitore.

L’auspicio che possiamo fare a questo punto è che si possa fare tesoro della svolta di Rehn per smetterla di rincorrere le idee di riforme epocali che stanno rotolando verso il precipizio, magari licenziando con un grazie a denti stretti i nostri tecnici, Monti per primo – l’occasione delle elezioni è propizia – e poi riformando le loro riforme più dissennate. Il tutto in un quadro che preveda si di mettere a posto i conti, ridurre gli sprechi, riformare l’amministrazione dello stato, introdurre criteri di uniformità di spesa tra le varie regioni, abolire le strutture politiche e amministrative inutili, ma con il giusto tempo che il buon senso e la situazione globale raccomandano e senza voler essere i primi della classe per gratificare ego ipertrofici. Est modus in rebus.