Giovanni Falcone e Paolo Borsellino li chiamiamo martiri o meglio eroi, e tali rimarranno.Non ci sono giri di parole da fare. Abbiamo vissuto abbastanza per riconoscere la verità. E’ stata una storia, una lotta troppo recente per restarne fuori o per continuare a credere che sia stata una questione solo della mafia. Di mafia si è trattato ma giuridicamente non si vuole precisare quale. La verità è che la gente sa, e nessun processo o giudizio potrà smorzare il sentimento che ognuno cova e coltiva dentro di se.

Ripercorrendo la vita di queste due figure, che malvolentieri hanno voluto rappresentare quello Stato, ci si rende conto che la speranza è qualcosa che si trasmette. In questi ultimi 20 anni si è smarrita la paura e il timore per ciò che si considerava mortale, e si è sviluppato l’amore per la vera giustizia, per il puro rispetto dell’essere umano, per la soluzione utile ad annientare il marcio della civiltà.

Il solo fatto che “uomini” del genere siano esistiti è fonte di un continuo spronare a fare la cosa giusta eticamente, giuridicamente, moralmente. La loro storia è stata sottolineata per la caparbietà e il coraggio, per il rispetto della morale e per la perseveranza, per il valore della vita e per l’immortalità del sentimento di giustizia. Valori tanto difesi quanto messi a dura prova dagli attacchi di forze maggiori, appunto dallo Stato. Il loro lavoro è stato un calvario che sia Falcone, e a maggior ragione Borsellino, si sono trovati a percorrere consapevoli della direzione giusta intrapresa. Nessuno sguardo indietro, ma solo un gigantesco castello di sangue che si sgretolava grazie al loro coraggio man mano che si andava avanti. Ma andare avanti era rischioso e se ben loro sapessero a cosa andavano incontro hanno continuato perchè “se in due facevano così tanta paura, in molti avrebbero cambiato il senso delle cose.” E oggi siamo in molti. Da loro abbiamo ereditato quella speranza che ci fa parlare della loro storia, che è così simile alla nostra. A noi il compito di portarla avanti.

Non è strano che anche oggi questo pensiero sia tra i primi che affollano la mente di chi crede ancora nel giusto e che fa parte di quella speranza di cui si parlava: l’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: “Quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto”. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: “Beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest’uomo è mafioso”. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza, si è detto: “Ah, questo tizio non è stato mai condannato, quindi è un uomo onesto”. Ma dimmi un poco: ma tu non ne conosci gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre, soprattutto i partiti politici, a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati”.(Paolo Borsellino)

Nicola Nuzzi