Fonti rinnovabili sì, purché competitive. Ne è convinto Giuseppe Zollino, referente per l’energia e l’ambiente per la lista Monti, docente di Tecnica e economia dell’energia a Padova e responsabile Energia e ambiente per Italia Futura. La riduzione delle emissioni di anidride carbonica, prevista dalla road map europea per il 2050, spiega, dovrebbe avvenire valutando sempre la sostenibilità economica delle nuove tecnologie. Escludendo un ritorno al nucleare, visto che non se ne può nemmeno parlare.

Da montiano, ci spiega gli interventi sull’energia del governo tecnico?
Il governo Monti ha provato, meritoriamente, a ‘rimettere la nave in rotta’ introducendo misure con effetti a breve, ed avviandone altre efficaci più nel lungo periodo. Nel primo caso è intervenuto ad esempio per rendere più sostenibili gli incentivi alle rinnovabili. Altri provvedimenti hanno già avuto qualche effetto: per esempio, a fine 2012 abbiamo assistito a una riduzione del differenziale del prezzo del gas italiano rispetto alla media europea.

Si riferisce alla separazione proprietaria di Snam da Eni?
Sì, in quel modo si è iniziato ad aprire un po’ il mercato del gas, con benefici misurabili. Non tutto è perfetto, a molti non piace che la proprietà faccia ora capo alla Cassa depositi e prestiti, ma intanto la gestione è separata, e come s’è visto è già qualcosa. Gli altri provvedimenti previsti nel settore gas per introdurre maggior concorrenza, penso soprattutto a quelli infrastrutturali, richiedono inevitabilmente più tempo per essere attuati e provare la loro efficacia.

L’Ue pone l’obiettivo di abbattere quasi del tutto le emissioni di CO2 per la produzione di energia elettrica entro il 2050, come ci si arriva?
La roadmap europea prevede che l’obiettivo sia raggiunto senza compromettere la competitività del sistema. Riteniamo per questo che non sia ragionevole fissare obiettivi intermedi decisi a priori, senza tener conto del reale progresso tecnologico e della conseguente riduzione dei costi degli impianti solari fotovoltaici o di altro tipo. È necessario agganciare questi obiettivi a indicatori di performance di nuove tecnologie a bassa emissione di CO2 e al tempo stesso investire molto nel loro sviluppo. In base a tali indicatori, via via che si abbasseranno i costi delle rinnovabili si potranno sostituire le fonti fossili senza perdere competitività.

Ci può essere spazio anche per il nucleare?
Al tempo del referendum ho difeso la tesi che il futuro energetico di un paese debba essere scelto con razionali valutazioni tecnico-economiche, e non appunto, per referendum. In Europa e nel mondo il dibattito è più maturo: si parla di progresso tecnologico, di impianti di quarta generazione, di sicurezza, e del vantaggio di non emettere anidride carbonica. Da noi invece non si riesce a discutere laicamente. Anche senza centrali attive, in Italia c’è il problema dello smantellamento e della gestione dei rifiuti nucleari provenienti dai nostri vecchi impianti, e di quelle scorie provenienti da uso medico. Per questo è urgente l’istituzione anche da noi di un’Autorità indipendente di sicurezza nucleare. Ma temo il ritorno alla demagogia, quando si dovranno scegliere i siti per lo stoccaggio.

Parlando invece di impatto ambientale, come si può rimediare a danni come quelli causati dall’Ilva?
Purtroppo non c’è solo l’Ilva. I siti inquinati secondo l’Ispra (Istituto superiore protezione e ricerca ambientale Ndr) interessano quasi il 10% del territorio. Molti di questi stanno sulle coste, come l’area di Bagnoli o Porto Marghera e sono aree di pregio. Noi proponiamo di avviare un piano di recupero, che sarà necessariamente di lungo periodo (almeno due legislature), che tra le altre cose punta a valorizzare questo aspetto, in modo da coinvolgere investimenti privati. Per i siti ancora attivi condividiamo l’approccio seguito dal governo per l’Ilva: continuare la produzione e dedicare i proventi all’attuazione di un rigoroso piano di ristrutturazione ambientale degli impianti. (LEP)