Mentre tutti andavano chiedendosi che ne fosse di Hugo Chávez – il gran leader bolivariano che, da quasi due mesi continua, pur senza dar segni di vita, a governare con mano ferma il Venezuela dal suo letto d’ospedale – ecco che, a Cuba, all’improvviso riappare, apparentemente in gran forma, l’altro grande malato sul cui stato di salute (uno stato che di Stato è, notoriamente, un segreto) si sono andate negli ultimi anni intrecciando e sovrapponendo premature notizie di morte, false (o, comunque, inverificabili) diagnosi, ipotesi necrologiche, preghiere, pettegolezzi, paure e speranze. Ovvero: Fidel Castro Ruz, leader storico della rivoluzione cubana e, fino a non troppo tempo fa, primer segretario del Partido Comunista de Cuba, nonché presidente del Consejo de Estado y de Ministros e, naturalmente, ‘Comandante en Jefe’ de La Fuerzas Armadas Revolucionarias e d’ogni altra forza, o debolezza, presente (o assente) nell’intera Nazione.

Occasione per questo suo ritorno sulla scena: la giornata elettorale a Cuba. Per la prima volta dal 2006 – vale a dire da quando è stato colpito dalla malattia che l’ha costretto a cedere al fratello Raúl le redini del potere – Fidel s’è personalmente recato alle urne per deporre il suo voto. Ed il gesto è stato puntualmente ed entusiasticamente documentato da una serie di fotografie pubblicate dai media cubani. Juventud Rebelde, organo ufficiale della Ujc (Unión de Jovenes Comunistas) ha anche riportato, in un articolo scritto dal giornalista Amaury E. Del Valle in evidente stato d’estasi, ampi stralci del lungo colloquio (oltre un’ora e mezza) che il vecchio leader – incurvato dagli anni e costretto a camminare con un bastone, ma lucidissimo e, come sempre, lucidamente profetico – ha intrattenuto con i rappresentanti dei media locali e con la gente presente nel seggio.

È un Fidel molto loquace ed allegro, pieno d’energia intellettuale, quello che viene descritto da Juventud Rebelde. Anzi – come testimonia l’aggettivo più frequentemente usato dal Del Valle – è un Fidel decisamentepicaro, un po’ malandrino, impertinente ed acuto che, in un’ennesima, luminosa riprova del suo impareggiabile senso dell’ironia, non esita ad amabilmente scherzare con i suoi interlocutori.  Come quando – accompagnando le sue parole con, per l’appunto, un sorriso ‘picaro’, e forse anche con il classico ‘occhiolino’ – afferma di non poter rivelare, perché la legge glielo vieta, per chi abbia votato. Davvero una simpatica battuta, considerato che Fidel e i cubani (o meglio, i cubani per volontà di Fidel, vero autore intellettuale della legge elettorale del 1992) erano ieri chiamati a scegliere i 612 deputati della prossima Asamblea Nacional del Poder Popular da una lista di 612 nomi. E chissà che il vecchio líder máximo – sebbene per l’occasione ovviamente prodigo di elogi per un sistema elettorale, quello cubano, che contrariamente a quando avviene nelle democrazie borghesi, rappresenta ‘il vero potere del popolo’ –, non stesse davvero, ancora in pieno possesso del suo storico ‘sense of humor’, prendendo per i fondelli giornalisti che, metaforicamente genuflessi, lo andavano interrogando. Dopo tutto proprio questo, esser presi per i fondelli, è il destino di tutti i cortigiani…

Fidel ha parlato di tutto. Di Hugo Chávez, che, da lui ogni giorno visitato, “sta ora molto meglio” e che va indiscutibilmente annoverato, assieme a Bolivar e Martí, tra i grandi eroi latinoamericani. E poi anche di pace, di guerra e di se stesso, della serena esistenza che ora trascorre riflettendo, per l’appunto, sulla pace, sulla guerra e sui destini del mondo. Fidel ha, infine, detto la sua anche sull’ultima riunione del Celac (la nuova Comunitad de Estados Latinoamericanos y Caribeños) che, giorni fa, ha nominato proprio Cuba, nella persona di suo fratello Raúl, alla presidenza pro-tempore dell’organizzazione. Un grande successo diplomatico. Ed un ultimo colpo alla politica d’embargo – peraltro già da tempo defunta ed in stato di putrefazione avanzata – da oltre mezzo secolo perseguita dagli Stati Uniti d’America contro Cuba. Ultimo, ma evidentemente non mortale, perché impossibile è uccidere chi già è morto.

E proprio questa – anche se la cosa sembra esser sfuggita alla ‘picardia’ del líder máximo – sembra essere la cosa di gran lunga più interessante. Fino a ieri proprio l’embargo e l’isolamento forzato di Cuba avevano fornito l’habitat ideale per un sistema elettorale – da qualcuno anche su questo giornale definito una democrazia “diversa” – nel quale il popolo esprime la sua sovranità scegliendo 612 deputati da una lista di 612 candidati scelti da altri. Quanto a lungo – oggi che, sia pure solo per un anno, Cuba si trova alla testa d’un continente in piena (anche se contradditoria) evoluzione democratica – potrà questa finzione reggere di fronte al mondo?

Prevedibilmente nessuno, tra gli zelanti giornalisti cubani, ha posto ieri quest’ovvia domanda al molto garrulo Fidel presentatosi ai seggi. Ma tutto, in America Latina (e, per molti aspetti, anche a Cuba) sta muovendosi. Ed una risposta, prima o poi (più prima che poi, probabilmente) dovrà pure arrivare…

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