Gli islandesi hanno vinto. La Corte dell’Efta (Associazione europea di libero scambio) ha sancito che l’Islanda non deve risarcire i risparmiatori britannici e olandesi che avevano investito nei conti Icesave andati in fumo dopo il tracollo nel 2008 di alcuni istituti di credito dell’isola, tra cui la Landsbanki e la Glitnir Bank. A pagare restano i rispettivi Paesi che hanno dovuto rimborsare i correntisti per alcuni miliardi di euro. La sentenza, accolta con giubilo dagli islandesi, costituisce un interessante, e a tratti pericoloso, precedente in Europa per quanto riguarda le garanzie dei depositi in tempo di crisi.

“La Direttiva Ue sulla garanzia dei depositi non prevede l’obbligo per un Paese e le sue autorità di assicurare la compensazione se il sistema stesso di garanzie sui depositi non è in grado di ottemperare ai propri obblighi in caso di una crisi di sistema”, si legge nella sentenza. In questo modo prevale appieno la difesa del governo islandese che sosteneva, a quanto pare a giusto titolo, di non poter pagare le conseguenze di un crac bancario come quello del 2008 mentre la crisi finanziaria sbarcava ufficialmente in Europa.

Tutto inizia nel 2008, quando a causa di una politica di indebitamento avventata, alcuni istituti di credito collassano, la moneta crolla del 37% in un anno e la Borsa sospende tutte le attività: il Paese viene dichiarato in bancarotta. Tra le conseguenze di questo crollo, c’è anche la sparizione nel nulla di alcuni miliardi di ignari risparmiatori inglesi ed olandesi che avevano investito nei conti online Icesave. Ecco che, di fronte alle minacce dei partner internazionali, il parlamento islandese si vede costretto a proporre una legge che prevede il risanamento del debito attraverso il pagamento di 3,5 miliardi di euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per  15 anni e con un tasso di interesse del 5,5% (prestito internazionale).

Ovviamente la novella non era stata accolta a braccia aperte dalla popolazione che, in un referendum indetto per scegliere se risarcire o meno i consumatori stranieri, si sono opposti con il 93 per cento dei voti. Un plebiscito. A dover ripagare i risparmiatori inglesi e olandesi ci hanno dovuto pensare i rispettivi governi (anche tramite i ricavati della vendita delle proprietà delle banche nazionalizzate in Islanda), i quali hanno quindi portato la piccola isola di fronte alla Corte dell’Efta (alla quale aderisce insieme ad altri Paesi non Ue come Norvegia, Svizzera a Liechtenstein).

Ma se i risparmiatori stranieri alla fine sono stati rimborsati, le banche nazionalizzate e gli islandesi esentati dal pagare di tasca loro, possono davvero essere tutti contenti? Quasi. Si perché la sentenza della Corte dell’Efta, pur non vincolante nei confronti della Corte di Giustizia Ue, costituisce un importante precedente all’interno della giurisprudenza comunitaria: le garanzie sui depositi bancari non sono sempre garantite e non per tutti, specie in tempo di crisi economica. Spieghiamoci meglio: la Direttiva europea 94/19/CE prevede che sul territorio di ogni Stato membro (anche quelli aderenti all’Efta) vengano istituiti e ufficialmente riconosciuti uno o più sistemi di garanzia dei depositi dei correntisti per proteggerne i risparmi nel caso un istituto di credito si trovi in difficoltà. Per quanto riguarda l’Islanda, però, a crollare è stato l’intero sistema creditizio gonfiatosi all’inverosimile anche dopo aver attirato molti investimenti stranieri. Ecco quindi, ed è questo il centro della questione, che uno Stato non può farsi garante ultimo al cento per cento, o almeno non sempre.

Una peculiarità tutta islandese? Niente affatto. Prima del crack, le banche dell’isola erano lievitate a dismisura grazie proprio a conti online come gli Icesave che non conoscevano limiti nazionali. Ma la stessa cosa succede altrove, come a Cipro, che sta attualmente negoziando un altro salvataggio internazionale con Bruxelles (e Mosca), dove il 40 per cento dei circa 70 miliardi di depositi attuali sono stranieri. La Commissione europea, che si era costituita parte civile nel processo contro l’Islanda, cerca di gettare acqua sul fuoco. “L’attuale schema di garanzie per i depositi si applica anche nel caso di una crisi sistemica e gli Stati membri sono responsabili per assicurare che gli schemi nazionali di garanzia dei depositi paghino effettivamente le compensazioni garantite dalla legislazione europea nell’intero mercato interno”, fa sapere Stefaan De Rynck, portavoce del Commissario Ue al mercato interno Michel Barnier. Tuttavia, gli esperti di Bruxelles stanno già studiando le carte del caso e le implicazione che la sentenza della Corte Efta potrebbe comportare in futuro.

@AlessioPisano