Il sindaco Massimo Cialente (Pd) ha presentato il progetto per costruire, sotto la grande piazza del Duomo de L’Aquila, un centro commerciale sotterraneo con negozi «di lusso» e con annesso un parcheggio da cinquecento posti: «una seconda ‘Galleria Alberto Sordi’, dopo quella di Roma». I lavori dovrebbero durare due anni, alimentati con trentasei milioni di euro in project financing. «Entro due anni vorremmo che il salotto diventasse realtà», ha dichiarato Cialente.

L’Appello per L’Aquila, il movimento di cittadinanza attiva che alle ultime elezioni ha espresso la candidatura di Ettore Di Cesare, ha respinto la proposta, con argomenti difficilmente oppugnabili: «A quasi quattro anni dal sisma, il centro storico è ancora una città fantasma. Le pratiche relative alla ricostruzione sono scandalosamente ferme, confinate in un limbo istituzionale, nella più totale incertezza: non si sa chi deve fare cosa, né quando e con quali modalità lo farà. Tanto è vero che, al momento, nessuno fa nulla. È tutto immobile. Ora, in una situazione del genere, invece che mettere al centro la ricostruzione, si mette al centro (sia metaforicamente, sia materialmente) un’opera mastodontica, di grandissimo impatto e di dubbia opportunità.» E ancora: «manca il progetto complessivo della nuova città… Senza pianificazione, la città diventa terra di conquista, dilaniata da una serie di interventi volti a soddisfare l’esclusivo interesse dei finanziatori».

Forse inconsapevolmente, ma il progetto presentato da Cialente è in perfetta continuità culturale con la distruzione del tessuto civile provocato dalle new town di Berlusconi e Bertolaso. Se in quel caso si rimuoveva il cadavere della città storica andando a cementificare la campagna, qui sembra gli si voglia scavare la fossa, letteralmente e metaforicamente.

Un ‘salotto’ commerciale di lusso scavato sotto un centro monumentale in rovina: difficile immaginare un’immagine più eloquente per alludere al destino di molte delle città storiche italiane. Il sociologo americano Cristopher Lasch ha scritto che fra le ragioni del deterioramento della democrazia negli Stati Uniti va annoverata la «decadenza delle istituzioni civiche, dai partiti politici ai parchi pubblici, ai luoghi d’incontro informali … su di loro, oggi, incombe la minaccia dell’estinzione, man mano che cedono il passo agli shopping malls, alle catene di fast food, ai take away». Lasch nota ancora che le città americane hanno perso «le attrattive cittadine, la convivialità, la conversazione, la politica…in pratica quasi tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Quando il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico e la socializzazione deve ‘ritirarsi’ nei luoghi privati, la gente corre il rischio di perdere la capacità di divertirsi e di autogovernarsi».

Queste parole descrivono con straordinaria aderenza ciò che è accaduto anche alle città italiane, negli ultimi tre decenni. Con la differenza che questi ‘luoghi terzi’, da noi, erano stati plasmati e consacrati da una delle civiltà artistiche più alte della storia umana. Il valore civico dei monumenti e delle piazze è stato negato a favore della loro rendita economica, e cioè del loro potenziale turistico. Lo sviluppo della dottrina del patrimonio storico e artistico come ‘petrolio d’Italia’ (nata negli anni ottanta di Craxi) ha accompagnato la progressiva trasformazione delle nostre città storiche in luna park gestiti da una pletora di avidi usufruttuari. Le attività civiche sono state espulse da chiese, parchi e palazzi storici, in cui ora si entra a pagamento, mentre immobili monumentali vengono incessantemente alienati a privati, che li chiudono o li trasformano in attrazioni turistiche.

Come è sempre più evidente, L’Aquila è un gigantesco e drammatico laboratorio dove prende forma il futuro delle città italiane. Città senza cittadini, templi del mercato, fabbriche di clienti.