Se non altro, una volta combinato il pasticcio – enorme, colossale – hanno avuto almeno il buon gusto di chiedere scusa. E di spiegarsi. Tutto si può dire, dopo la gaffe del secolo commessa da El País con la pubblicazione in prima pagina di una falsa foto di Hugo Chávez moribondo (non era Chávez e, per fortuna dell’interessato, non è neanche morto), tranne che il quotidano spagnolo abbia cercato di minimizzare l’accaduto, di far finta di niente.

Già nella notte concitata dell’incidente, giovedì scorso, il direttore Javier Moreno, svegliato in un albergo di Davos, in Svizzera, ha ordinato di distruggere tutta la tiratura del giornale (comunque troppo tardi per evitare che le prime migliaia di copie arrivassero all’estero e in alcune edicole spagnole) e di ristamparlo con le prime, sommarie scuse. Uno scherzetto da 225mila euro. Poi, dopo una prima ricostruzione della vicenda sul numero di venerdì (“La foto che El País non avrebbe mai dovuto pubblicare”), domenica il quotidiano ha dedicato al caso nientemeno che tre pagine. Con una premessa che non lascia alcuno spazio ai fraintendimenti (“El País ha commesso giovedì scorso uno dei più gravi errori della sua storia”), seguita da un lunghissimo articolo affidato a due dei suoi reporter più autorevoli, con una ricostruzione minuto per minuto di quella notte da dimenticare. E per finire, una pagina a firma del “difensore del lettore” Tomás Delclós (titolo: “Un tremendo error”) in cui si dà conto, tra l’altro, delle numerosissime proteste di chi ritiene che la foto non si sarebbe dovuta pubblicare neppure se fosse stata autentica.

Ora, benissimo l’autoflagellazione, stupendo l’impegno a “rivedere il protocollo di verifica” del materiale che viene recapitato in redazione (la foto era stata offerta, al prezzo di 30mila euro, da un’agenzia con la quale El País ha rapporti da circa tre anni, ma poi si è rivelata essere un fotogramma di un video comparso su Youtube nel 2008, nel quale appariva un paziente messicano intubato).

Il fatto è però che, nell’ansia di giustificare l’ingiustificabile, il giornale monta una sorta di patetica “spy story“. Dice di non aver potuto verificare l’autenticità dell’informazione fornita dall’agenzia Gtres Online secondo cui la foto era stata scattata da un’infermiera cubana che poi l’aveva inviata alla sorella residente in Spagna. Quale sarebbe l’ostacolo insormontabile che impediva di svolgere un controllo accurato? Il fatto che l’attuale corrispondente di El País all’Avana è la blogger dissidente Yoani Sánchez, “i cui movimenti sono vigilati permanentemente dalle autorità”. Ergo, “fare in modo che Yoani si mettesse in contatto con qualunque fonte avrebbe comportato un rischio per lei e per le persone presumibilmente coinvolte nella foto”.

Poniamo pure che sia vero (e non dimentichiamo il fatto che il precedente corrispondente del giornale, Mauricio Vicent, è stato espulso dal regime dopo quasi vent’anni di lavoro nell’isola). Viene però da chiedersi quale convenienza abbia El País ad avvalersi della collaborazione di una giornalista alla quale non può neppure chiedere di verficare l’attendibilità di un’informazione. Stesso discorso per il collaboratore da Caracas, Ewald Scharfenberg (il quale, tra l’altro, era al corrente di un falso video che circolava, e che quindi avrebbe potuto mettere Madrid sull’avviso). Lo chiamano, e gli dicono solo che stanno per pubblicare qualcosa che riguarda Chávez, senza però scendere nei dettagli, “per timore che attraverso la conversazione telefonica si filtri l’esclusiva”. Dice il capo redattore Guillermo Altares: “Ho piena fiducia in Ewald ma non nelle comunicazioni venezuelane”.

Insomma, al País vedono spie dappertutto, non si fidano di nessuno tranne che dell’agenzia che gli rifila la “bufala” del secolo. E così prendono la storica cantonata, con l’aggravante che sono coscienti del fatto che non hanno uno straccio di prova sull’autenticità del presunto “scoop”. Accanto alla foto dell’ignoto messicano che campeggia sulla prima pagina del quotidiano, compare un breve testo che è un capolavoro di dilettantismo giornalistico: “El País non ha potuto verificare in modo indipendente le circostanze in cui è stata scattata l’immagine, nè il momento preciso nè il luogo. Le particolarità politiche di Cuba e le restrizioni informative che impone il regime lo hanno reso impossibile”. Come dire: non sappiamo se vi stiamo dando una fregatura. Nel caso, è tutta colpa di Raúl Castro.