Sono o non sono un bravo psicoterapeuta? Aiuto! Non so rispondere, né penso di sapere come riconoscere un bravo terapeuta. Non credo sia una mancanza di stima o di cultura, ma una reale difficoltà rispetto ad una professione così particolare da essere il punto di arrivo di due corsi di laurea assolutamente diversi, uno umanistico da psicologia e uno scientifico da medicina e psichiatria. I titoli accademici, i ruoli istituzionali, le pubblicazioni, o perfino la soddisfazione dei pazienti, non possono essere prese a riprova delle reali virtù di uno psicoterapeuta. Il problema non è di poco conto perché se è difficile valutare se stessi, figuriamoci gli altri.

Generalmente una psicoterapia è un trattamento lungo, costoso, faticoso e incerto, quindi è necessaria una grande responsabilità per capire se quello che si offre è buono, non in assoluto, ma rispetto al sacrificio, economico e di investimento generale, che si chiede in un determinato momento a quello specifico paziente. Nonostante tutte queste incertezze, la psicoterapia è passata da trattamento di élite a trattamento di massa e questo ha comportato un aumento dell’offerta, favorita anche dalla grande massa di psicologi psicoterapeuti, frutto di una dissennata politica universitaria (in Italia ci sono 1/3 di tutti gli psicoterapeuti europei), che non trovano lavoro al termine del loro tormentato piano di studi. La risposta istituzionale ad un malessere psicologico sono i Dipartimenti di Salute Mentale: quando questi sono saturi, i pazienti iniziano confusamente a girovagare nel privato, approdando negli studi più o meno associati , nei centri, associazioni, scuole, dalla parcella meno abbordabile a quella più o meno calmierata.

Il passaggio dal classico psicoterapeuta che visita nel proprio studio ai centri di psicoterapia collettivi è un segno della diffusione di questa professione, permette di acquisire maggiore visibilità, di condividere le spese, ma anche di sentirsi all’interno di un gruppo che favorisce un confronto, una condivisione, una formazione in comune, perché la psicoterapia si esercita male in solitudine. Se ben gestito, questo sviluppo potrebbe essere una buona opportunità di incontro fra chi offre psicoterapia e chi la riceve, se viceversa viene lasciato esclusivamente ad una logica di mercato, difficilmente verrà favorita una selezione della qualità. Di fronte ad un mare di offerte a volte ineccepibili, a volte più che discutibili, il cittadino, disorientato già per i propri problemi, senza una bussola che lo orienti, rimarrebbe in balia dei flutti, potendo facilmente annegare in qualche vortice pubblicitario dei web marosi. Forse si potrebbe pensare ad una sorta di certificazione di qualità tipo ISO 9000, che permetterebbe di costituire una carta dei servizi che i cittadini potrebbero scegliere con tranquillità. Inoltre, come già avviene in molte aree di assistenza psicologica, potrebbe essere possibile una collaborazione fra pubblico e terzo settore, in cui il primo si fa garante verso l’utenza delle attività gestite dal secondo. Per la psicoterapia questo processo sarà particolarmente difficile, ma sembra indispensabile per dare fiducia ai cittadini e per selezionare un privato virtuoso.