“Se i prodotti di Taranto non dovessero essere dissequestrati, c’è purtroppo uno scenario inevitabile: il blocco degli stabilimenti siderurgici di Taranto, Genova e Novi Ligure”. Lo ha detto il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, ai sindacati metalmeccamici oggi a Roma.Lo si apprende dagli stessi sindacalisti usciti dal vertice che è appena terminato. 

“La situazione di Taranto è drammatica. Stiamo lavorando in perdita. Con 17mila tonnellate al giorno di produzione di acciaio e tre soli altiforni in marcia, ma soprattutto senza la possibilità di fatturare quanto abbiamo già prodotto nei mesi scorsi, non c’è futuro per l’azienda”. Ferrante ha aggiunto che nella riunione di venerdì a Palazzo Chigi l’azienda ha anche prospettato la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione a Taranto, “ma si tratterebbe – ha puntualizzato oggi Ferrante – di una misura provvisoria legata soprattutto alla ripartenza degli impianti e ai lavori di messa a norma ambientale che devono essere fatti sugli impianti dell’area a caldo”. 

L’Ilva non chiude sulla proposta del governatore della Puglia, Nichi Vendola, che ieri ha proposto che il ricavato delle merci dissequestrate (un miliardo di euro) sia vincolato alla bonifica. “Si tratta di vedere come questo logo si configura e come si applica – ha detto Ferrante ai sindacati  -. Il decreto cui sta pensando il Governo e che domani potrebbe portare in Consiglio dei ministri prevederebbe proprio un meccanismo del genere: il ricavato del dissequestro è  unicamente finalizzato al pagamento degli stipendi, al pagamento dei fornitori dell’Ilva e agli investimenti ambientali“.  “Siamo un’azienda sana e robusta che può andare avanti con le sue forze, si cercherà in tutti i modi possibili di assicurare gli stipendi di gennaio”. Certo è che “lo sblocco delle merci sarebbe per noi un fatto importante”, ha spiegato Ferrante. Le strade per “coniugare lavoro e ambiente sono tante” e ha concluso “non si può con un tratto di penna chiudere un’azienda e mandare a casa i suoi dipendenti”. Per Ferrante “per far fronte agli ingenti investimenti prescritti dall’Autorizzazione integrata ambientale, l’Ilva ricorrerà al credito bancario, a tutti gli strumenti possibili, ma siamo disponibili anche a mettere come garanzia quote societarie”. I sindacalisti hanno confermato che “allo stato non ci sono tutti i soldi necessari per far fronte ai vari adempimenti”

Il braccio di ferro tra i magistrati da una parte e governo e azienda dall’altra sembra proseguire. Nei giorni scorsi la Procura ha presentato una eccezione di costituzionalità al decreto denominato salva Ilva che prevedeva l’utilizzo dell’acciaio sequestrato per ordine del gip Patrizia Todisco. Solo due giorni fa l’azienda aveva minacciato la cassa integrazione per i dipendenti nel caso che i prodotti, sequestrati perché considerati “frutto del reato”, non fossero stati dissequestrati. “Oggi e domani, con l’attesa risposta del gip, e il consiglio dei ministri che affronterà nuovamente il tema, saranno altre due giornate importanti per l’Ilva di Taranto” osserva il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, in occasione di un incontro a Venezia su Porto Marghera. “Oggi dovrebbe esserci la risposta del Gip – ha spiegato – nel frattempo venerdì sera abbiamo incontrato la Regione, i sindacati e l’azienda e abbiamo sottoscritto un documento comune nel quale affermiamo che la legge appena approvata dal parlamento debba essere applicata interamente e subito e questa è una delle condizioni per avviare il processo di risanamento. Attendiamo l’evoluzione – ha concluso Clini – Domani avremo un Consiglio dei ministri e parleremo anche di questo”.