“Liberare l’acciaio sequestrato o sarà cassa integrazione per tutti gli operai degli stabilimenti Ilva di Italia”. E’ questo l’ultimo ‘ricatto occupazionale’ targato Bruno Ferrante, almeno secondo quanto ha riferito l’assessore provinciale Giampiero Mancarelli. Se il milione e 700mila tonnellate di acciaio (del valore di un miliardo di euro) dovesse rimanere sigillato, la fabbrica potrebbe collassare e con questa anche gli altri stabilimenti del Gruppo Riva in Italia. Una catastrofe insomma. Secondo quanto dichiarato da Mancarelli, il presidente Ferrante nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi per chiarire la situazione in cui versa l’acciaieria ionica avrebbe annunciato che per garantire il pagamento degli stipendi servirebbero 75 milioni di euro al mese. E di fronte all’ennesimo ricatto il governo Monti ha ceduto ancora. Martedì prossimo l’esecutivo varerà un provvedimento ad aziendam con cui consentire lo sblocco della situazione. In sostanza il nuovo decreto stabilirà che in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale, la magistratura debba dare esecuzione alla legge ‘salva Ilva‘ dissequestrando così i prodotti e permettendo all’azienda di commercializzare l’acciaio. Una vicenda che aprirà inevitabilmente nuove questioni di incostituzionalità generando una valanga di dubbi: cosa accadrebbe, in primo luogo, se la Consulta dovesse dare ragione ai magistrati ionici?

“Servono buon senso e responsabilità, ma soprattutto servono interventi ad horas perché la situazione è insostenibile” ha dichiarato l’assessore Mancarelli, il quale ha poi riferito che Ferrante avrebbe descritto il blocco delle merci sequestrate confermato dalla magistratura di Taranto come “un disastro perché la situazione finanziaria è diventata molto critica, le banche non si fidano più e l’Ilva non fattura più ormai da mesi”. Il blocco dell’attività dell’Ilva “comporta conseguenze devastanti per l’intera industria italiana – ha detto il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci al tavolo in corso a Palazzo Chigi – E danni irreversibili al comparto siderurgico e al suo indotto. Non possiamo permetterci di rinunciare alla vocazione industriale del nostro Paese e per questo chiediamo al governo di intervenire con forza”. Per il comitato dei cittadini e lavoratori “liberi e pensanti” la fabbrica di Taranto “deve essere espropriata e nazionalizzata e attraverso intervento si deve giunge al fermo degli impianti più inquinanti per giungere poi al loro ripristino”.

Intanto il prefetto di Taranto, Claudio Sammartino ha precettato gli operai dell’Ilva che avevano indetto uno sciopero a oltranza in attesa delle comunicazioni ufficiali dal presidente Bruno Ferrante sul futuro dello stabilimento. Saranno 130 gli operai che dovranno aggiungersi ai dipendenti già presenti sugli impianti per evitare rischi alla fabbrica, ma soprattutto ai lavoratori e ai cittadini. Ma le nuove dichiarazioni dell’azienda potrebbe nelle prossime ore cambiare nuovamente la situazione. La decisione del prefetto, infatti, è stata duramente contrastata dalla Fim Cisl che nel pomeriggio incontrando gli operai che presidiano i cancelli della fabbrica, ha ribadito che “le comandate già concordate negli passati sono sufficienti a garantire la sicurezza degli impianti”.

Il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, invece, ha indetto per il 14 aprile il referendum cittadino per la chiusura parziale o totale dello stabilimento siderurgico. Lo stesso referendum che l’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, in carcere dal 26 novembre per associazione a delinquere, disastro ambientale e corruzione in atti giudiziari avrebbe tentato di combattere. Il 29 luglio 2010 lo stesso Archinà telefona a Stefano. La richiesta è semplice: “La data (del referendum, ndr) la più lontana possibile…”. La risposta del sindaco Stefano è immediata: “Tranquilli!!! va benissimo ciao Girolamo!!”.