Dopo sette mesi dalla sentenza definitiva, e dopo sette anni dalla morte di Federico Aldrovandi, il tribunale di sorveglianza, riunitosi in camera di consiglio, deciderà se i quattro poliziotti condannati per omicidio colposo potranno evitare o meno il carcere.

Una decisione scontata, dal momento che tecnicamente non dovrebbero esserci ostacoli per il magistrato di sorveglianza di Bologna a recepire l’istanza degli avvocati di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri. La richiesta di affidamento ai servizi sociali era stata presentata a fine luglio, dopo che gli agenti avevano ricevuto l’ordine di carcerazione, sospeso ex legge in attesa della successiva richiesta di pene alternative come i servizi sociali o i domiciliari.

A palazzo di giustizia di Bologna si sono presentati sia Forlani che Pollastri, mentre Segatto è arrivata questa mattina per poi allontanarsi dal tribunale. Pontani non si è presentato, complice un vizio formale sulla notifica degli atti arrivata ad uno solo dei due suoi legali, che gli permetterà di rinviare la sentenza sulla sua posizione al 26 febbraio 2013. 

Gli agenti, condannati in Cassazione lo scorso 21 giugno a tre anni e mezzo per omicidio colposo, devono scontare solo sei mesi grazie all’indulto. “Spero che il tribunale di sorveglianza possa mettere in conto tutta la sofferenza che ci hanno procurato” commenta la madre del ragazzo ucciso, Patrizia Moretti, che ricorda come ci siano stati anche insulti a noi e alla giustizia” (l’agente Forlani aveva rivolto offese alla Moretti via facebook, ndr) e come “nei sette anni trascorsi dalla morte di mio figlio non c’è stata nessuna traccia di pentimento nei colpevoli”.

Intanto si attendono ancora i provvedimenti disciplinari promessi a suo tempo dal ministro (ora uscente) Cancellieri. “Nonostante le decisioni di tre tribunali – aggiunge Patrizia Moretti – questo percorso sembra non aver mai fine. Il fatto che oggetto della condanna siano persone appartenenti alle forze dell’ordine sembra rendere ancora più complicato ottenere giustizia”.

ha collaborato David Marceddu