Un nuovo rapporto del Worldwatch Institute, “Organic Agriculture Contributes to Sustainable Food Security“, esamina la crescita dell’agricoltura biologica nel mondo e il relativo impatto sulla sicurezza alimentare e l’ambiente. I dati, riferiti al 2010, sono molto interessanti: l’agricoltura biologica rappresenta circa lo 0,9% del totale dei terreni agricoli in tutto il mondo. È chiaro che questa è ancora una piccola quota, anche se, a partire dal 1999, la superficie coltivata con metodo biologico è più che triplicata, con un totale di 37 milioni di ettari di terreno nel mondo.

Il continente con più superficie è l’Oceania: in Australia, Nuova Zelanda e isole del Pacifico, vengono coltivati biologicamente 12,1 milioni di ettari (circa il 33% della superficie mondiale), in Europa oltre 10 milioni ed in America Latina 8,4 milioni di ettari. L’Africa ha solo il 3% dei terreni agricoli biologici certificati del mondo, con poco più di 1 milione di ettari; l’Asia il 7%, per un totale di 2,8 milioni di ettari. Ma l’agricoltura biologica non certificata, in realtà, è praticata nei Paesi in via di sviluppo da milioni di indigeni, contadini e piccole aziende agricole familiari, sia nell’agricoltura di sussistenza che nelle produzioni locali destinate al mercato.

Lo studio non nasconde che l’agricoltura biologica produce spesso un calo delle rese per ettaro del terreno coltivato, ma garantisce una “durabilità” della risorsa terra, decisamente più lunga rispetto a quella dell’agricoltura industriale. Infatti le pratiche agricole industriali spesso degradano l’ambiente sia nel breve (inquinamento falde, riduzione della fertilità dei suoli), che nel lungo termine, generando fenomeni come l’erosione del suolo, l’ eccessiva estrazione di acqua e la perdita di biodiversità.

Lo studio mette anche in luce come l’agricoltura biologica abbia la potenzialità di contribuire alla sicurezza alimentare sostenibile, riducendo, allo stesso tempo, la vulnerabilità dei terreni al cambiamento climatico. L’agricoltura biologica, poi, oltre a ridurre l’utilizzo di energia da combustibili fossili, grazie alle buone pratiche agricole in essa obbligatorie come la rotazione delle colture, il mantenimento di arbusti perenni ed alberi nelle aziende agricole ecc, aumenta la stabilità dei terreni, migliora la ritenzione idrica, riduce le quantità necessarie di input esterni (ad esempio le concimazioni azotate). Infine, mediamente, le aziende biologiche hanno il 30% in più di biodiversità. Se a questo aggiungiamo che, come già scritto più volte nei precedenti post, il 30% di cibo viene sprecato lungo la filiera, è chiaro che ridurre lo sfruttamento dei terreni agricoli e ridurre gli sprechi sia la sola strada per garantire la sussistenza alle future generazioni.

L’agricoltura biologica, e in parte anche la sua “cugina” produzione integrata, sono le sole in grado di resistere nel tempo. Come sempre a noi il compito di scegliere, promuovere o bocciare, coi nostri atti quotidiani di acquisto, prodotti e tecnologie. Il cambiamento deve necessariamente partire da questo. Per non cadere nel paradosso perfettamente inquadrato da Robert Reich nel suo libro Supercapitalismo: “La scomoda verità del nuovo comandamento dell’Economia mondiale, la Globalizzazione, è che la maggior parte di noi ha due menti. Come Consumatori puntiamo a fare grandi affari. Come Cittadini disapproviamo le molte conseguenze sociali che ne derivano”.