Sarà, ma non mi sembra un caso che i primi interessati allo sgombero di Bartleby, spazio universitario occupato, siano insieme l’amministrazione del Comune di Bologna e l’Alma Mater. Intendo dire l’Ateneo bolognese, il primo sostenitore del Bologna Process, l’ateneo che senza esitazione, all’epoca della discussione della riforma Gelmini nel 2010, aveva dichiarato che l’Università “deve andare avanti”, perché la riforma è “un progetto che deve essere emendato, non respinto”. E che, sempre all’epoca, aveva sospeso l’inaugurazione del nuovo anno accademico per evitare “che un momento di riflessione, di dialogo e di confronto plurale rischiasse di trasformarsi in un’occasione di incomprensioni” [leggi: un’occasione di dissenso], come diceva allora il Rettore Dionigi.

E l’Amministrazione comunale di centrosinistra, l’erede del legalismo securitario di Cofferati, quella che vuole chiudere Atlantide, la stessa che, se torniamo all’articolo uscito su Giap, il blog di Wuming, lo scorso dicembre, in risposta al fatto che il Comitato Articolo 33 aveva depositato in Comune 13.000 firme a favore dell’indizione del referendum sui finanziamenti alle scuole private, negava non solo l’opportunità dell’accorpamento del referendum cittadino con le tornate elettorali, ma esplicitava, pur con elaborati giri di parole, la necessità dell’impegno economico del comune a finanziare tutte le scuole (leggi: le scuole paritarie), “e anche quelle dello Stato” (leggi: seconde in ordine di importanza), in rispetto al “diritto delle bambine e dei bambini a un’educazione e una formazione di qualità” in tutte le scuole, (leggi: anzitutto in quelle care al centrismo cattolico). Insomma: va bene che il Comune dia alle scuole pubbliche poco più della metà dei soldi che stanzia per le private, e va bene che, se ci sono voci di dissenso, queste vengano democraticamente riconosciute e poi elegantemente cassate. 

Va bene, perché questa è la linea di continuità tra tutti questi eventi: il dissenso va riconosciuto, non foss’altro che perchè dilaga a tal punto che un’amministrazione di centrosinistra non può, per buona pace del rispetto dei suoi elettori, ignorarlo. Ma poi va spostato il più lontano possibile, va depotenziato dall’interno, come fa in mille modi la Legge 240, oppure va spostato in via Collamarini 8, zona Roveri, in uno stabile privato, a pagamento, alla periferia della città. Va bene così, perché è da questo oscuramento che deriva la legittimità di una politica che oramai, agli occhi di tutti, si regge sempre di più sull’oblio e i nascondimenti, primi tra tutti quelli delle voci contrarie, o della verità. “Dalla risposta di Bartleby pare di capire che in periferia non sia piú possibile produrre cultura, pare che la cultura finora prodotta nel cortiletto di via San Petronio non sia esportabile oltre quei muri, pena la perdita di identità del gruppo”, scrive Amelia Frescaroli.

Ma non è esattamente questa la questione, mi sembra. Bartleby deve finire in periferia perché la sua stessa esistenza pone delle questioni centrali, sulla gestione della cultura in questo paese, precisamente come il referendum per il finanziamento alle paritarie andava spostato a un’altra data così da evitare che troppe persone vi partecipassero. Allontana dagli occhi ciò che ti mette in discussione, è il primo segreto dalle passioni tristi. Con le buone se puoi, con le cattive semmai. Sarà banale ma mi risulta sempre ostico capire perché sia così difficile per un’amministrazione pubblica tornare sui propri passi e dire per una volta “scusateci, avevamo torto”. Perché sia così difficile agire in controtendenza, e riconoscere le ragioni di tutti quei “giovani e meno giovani. Cittadini e fuorisede. Italiani e stranieri. Docenti e ricercatori. Musicisti e scrittori. Attori e cineasti”, come spiega uno degli occupanti, che al Bartleby giustamente tengono forse perché è uno spazio in cui affetti, cultura, saperi germogliano. Sarebbe bello, per una volta, smentire con i fatti quella vecchia teoria secondo la quale chi distrugge la sua scuola e la cultura “non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi”. Lo fa perchè “è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”, come scriveva Calvino. Sarebbe utile smentirlo e sarebbe auspicabile smentirlo subito, qui e ora, e smetterla di fingersi più forti di tutto ciò che è bello.

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