C’è un progetto importante che coinvolge tante associazioni nazionali impegnate nel contrasto alla mafia. E’ una proposta di legge di iniziativa popolare che fa parte della campagna “Io riattivo il lavoro.

E che richiede almeno il raggiungimento delle 50.000 firme perché il Parlamento la prenda in considerazione. L’articolo 71 della nostra Costituzione prevede questo splendido strumento di democrazia, se non fosse che spesso gli articoli della stessa vengono banalizzati da coloro che perdono tempo a votare in Parlamento se un magistrato possa o meno procedere all’arresto di un loro collega.

Ma torniamo a questa straordinaria iniziativa che nasce perché ci sono attualmente oltre 1600 aziende confiscate alla mafia e perché gira voce che sparse nei Tribunali di mezza Italia, Emilia Romagna compresa, la mia regione, ci saranno altrettante aziende e immobili sequestrati non ancora confiscati o in procinto di esserlo che dunque non producono reddito. Si tratta di immobili che sono appartenuti ai clan di camorra, ‘ndrangheta e mafia il cui core business, come è noto, è l’attività di riciclaggio, l’investimento di capitali illeciti nelle attività imprenditoriali più lucrose e la “concorrenza” nel settore dell’edilizia, del terziario etc. Di ciò ringraziamo le “capacita manageriali” di numerosi colletti bianchi, le connivenze di alcuni politici e l’insipienza di altri.

Quando scatta il sequestro preventivo dei beni, si devono attendere anni per ottenerne la confisca, sempre che ciò accada. E così le aziende confiscate attendono troppo tempo per essere assegnate, per esempio a cooperative sociali. Manca una banca dati nazionale e dei beni confiscati non se ne conosce neppure il numero esatto.

Non tutti inoltre sanno che numerose aziende confiscate sono sottoposte a procedura fallimentare con il conseguente licenziamento dei dipendenti. Così, se ieri sono stati fatti progressi, grazie a Libera di Don Ciotti, promotrice di una legge di iniziativa popolare, la 109 del ’96, che prevede appunto l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia, oggi si sono fatti altrettanti passi indietro.

Il patrimonio confiscato, che dovrebbe servire a creare occupazione ed avere un uso sociale come forma di contrasto alla criminalità, potrebbe venire disperso con la vendita a privati.

La campagna “Io riattivo il lavoro” dice che le aziende confiscate alla mafia sono un bene di tutti, che non deve andare all’asta, non deve essere svenduto a privati e va salvato perché serve, a suo modo, a contrastare la crisi economica.

Questo deve essere oggi un elemento forte di riflessione per i candidati che si presenteranno alle elezioni politiche. Intanto diamo noi il buon esempio mettendo la nostra faccia e soprattutto, da subito, la nostra firma alla campagna di “Io riattivo il lavoro”.