In una ipotetica classifica degli eventi televisivi imperdibili degli ultimi vent’anni, Raiperunanotte non potrebbe mancare. La ribellione, l’iconoclastia, il talento. L’intervista indelebile di Mario Monicelli, testamentario eppure vivissimo (“La speranza è una trappola”). Le parole di Gillo Dorfles. E il monologo dell’oggi cinquantaduenne Daniele Luttazzi. Esilarante. Sparigliò le coscienze. Scudisciò il perbenismo, riuscendo persino a elevare il sesso anale a metafora di una democrazia italiana fraintesa: più ancora, vilipesa.

Dopo anni di clandestinità teatrale, imposti dall’ukase bulgaro, tornò in tivù – era il 25 marzo 2010 – da una strada apparentemente laterale. Successo autentico, capolavoro di satira (quella vera). Luttazzi, nella ferocia, ci ha sempre sguazzato. Genio schizoide, trasversale, polivalente. Colto, esigente, contorto. Sensibile. La musica, la comicità, la saggistica (le critiche a Beppe Grillo restano argutissime). Talento col culto dell’ultima parola, sessuologo con la fregola di dimostrare di averlo sempre più lungo degli altri: “Io sono più satirico, io sono più intelligente, io sono più bravo”. In tanti lo aspettavano al varco.

Luttazzi non è mai stato intaccato dal buonismo. Cattivo, non per posa ma per onestà intellettuale. Spietato, anzitutto con i colleghi, chi terzista e chi dichiaratamente paraculo. In un mondo di epurati immaginari, lui era (ed è) il censurato vero. Da Mediaset, dalla Rai, da La7. Non piaceva a nessuno (ma al pubblico sì). Il suo tonfo ha reso felici quasi tutti. La destra, la sinistra, più ancora il centro (in cui militava quando era un giovane romagnolo con velleità politiche democristiane).

La querelle-plagio è scattata con precisione chirurgica. Poco dopo la rinascita a Raiperunanotte. Forse orchestrata da rivali, da addetti ai lavori pronti con il colpo in canna. Giubilanti all’idea di infierire sulle ferite di un competitor più libero: più bravo, più insopportabile. “Luttazzi copia”: garantivano i filmati su Youtube. Spiazzanti, deludenti. Inequivocabili. Molte battute erano state mutuate, con variazioni minime, dai repertori degli stand up comedian americani.

Daniele poteva – doveva – difendersi ammettendo gli errori. Riconoscendo che, sin dai primi anni di carriera, nei mesi di vacanza a New York si nutriva un po’ troppo disinvoltamente dei satirici americani. Sarebbe bastato dire: “Scusate, ho sbagliato, perdonatemi”. Avrebbero capito. I fans, esigentissimi (perché lui li ha cresciuti così). La critica. Gli amici. Invece si è arrampicato sugli specchi. Le citazioni, le cacce al tesoro, i “ruoli attanziali”. Il blog chiuso, i filmati oscurati invano. L’uomo che ironizzava sulle scopiazzature di Bonolis, che infieriva sui comici che sbirciavano dal suo repertorio, a sua volta saccheggiava. Sentenza: condanna all’oblio.

Non si conosce storia analoga. Nel paese in cui i colpevoli incalliti vengono reinseriti e anzi premiati, Luttazzi è stato condannato a morte. Da un giorno all’altro, a parte un libro a fumetti (recensito dal Fatto Quotidiano e pochi altri), è scomparso. Cancellato dal palinsesto intellettuale del paese del buonsenso apparente. Da un anno e mezzo non dà segno di sé. Chi lo dà depresso, chi sostiene che è così giù da inventarsi profili anonimi sui social network per difendersi dagli attacchi sul web.

Scomparso. Da due anni e mezzo. Nessuno osa anche solo parlarne. Mentre l’Italia agonizza, mentre il suo rivale Grillo (a cui somiglia più di quanto crede) conquista sindaci e scranni in Parlamento. Mentre un Berlusconi sinapticamente devastato intorta un’altra volta l’Italia. Mentre Corrado Guzzanti, il più grande satirico italiano in attività, viene attaccato per la tendenza (sacrilega) a ironizzare sul clero, guarda caso uno dei motivi della cacciata di Luttazzi da La7 (la puntata mai andata in onda di Decameron avrebbe demolito l’enciclica Spe Salvi di Papa Ratzinger).

In Italia paiono tutti perdonabili. Tranne Luttazzi. Che ha sbagliato, e dovrebbe ammetterlo (non lo farà: è “più permaloso di una mina”, per citarlo). Ma resta un talento raro. C’è bisogno di lui, in questo paese scombinato. Della sua “volgarità”, della sua erudizione, del suo parlare mangiandosi le parole. Mancano le lezioni a Magazine3, le “sindoni” a Martina Colombari (su Mediaset: sacrilegio), i Panfilo Maria con la Gialappa’s. Le interviste coraggiose in Rai (a Marco Travaglio). E mancano soprattutto i monologhi teatrali, che a cavallo tra Novanta e Duemila significavano ossigeno: rifugio, appartenenza. A questo giornale, ieri, Daniele ha detto gentilmente che non intende parlare: “Ogni cosa a suo tempo. Non ho fretta”. D’accordo. Niente interviste. Ma questo eremitaggio livido e doloroso dovrebbe finire. Torna nella mischia, Luttazzi. L’Italia non lo sa, ma ha bisogno di te. Altrimenti qui è anestesia totale. O – quel che è peggio – stasi cerebrale.

Il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2013