Si è soliti utilizzare l’indicatore del costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) per dar conto della posizione della competitività di un’economia rispetto alle sue rivali. L’aumento o la diminuzione, sempre in relazione a ciò che succede ai suoi competitori, rivelerebbe un guadagno o una perdita di competitività. I paragrafi che seguono vogliono svelare che tanto la costruzione del suddetto indicatore come l’interpretazione che si ottiene dai valori che ne derivano risultano meno scontati di quello che sembra a prima vista. Precisiamo per cominciare, anche se non indugiamo su questo tema, per non sviare il filo conduttore del nostro ragionamento, che il costo del lavoro per unità di prodotto inserisce il dibattito della competitività e delle misure della politica economica che gli corrispondono nel terreno dei prezzi, come se l’evoluzione di questi fosse il nodo gordiano che determina la posizione esterna delle economie.

La cosa certa, comunque, è che la forza competitiva delle imprese e delle nazioni dipende da molti altri fattori diversi dal prezzo, come, per esempio, la capacità di introdurre innovazioni tecnologiche di processo e di prodotto e la qualità e la singolarità di beni e servizi offerti, solo per menzionarne alcuni tra i più significativi. Situarsi nei mercati con un alto grado di differenziazione, in cui prevalgono queste caratteristiche, permette di operare con benefici più elevati e allontanarsi da quelle economie in cui i prezzi costituiscono il principale o unico argomento competitivo.

A questa prima restrizione, aggiungiamo una seconda. Una volta circoscritto in questo modo il perimetro di analisi, il livello e l’evoluzione dei prezzi si fa dipendere dal Clup, quando la verità, per stessa costruzione aritmetica, è che sono determinati dai margini di profitto. Il discorso dominante elimina con un colpo di spugna il secondo termine dell’equazione; quasi non c’è traccia nelle analisi realizzate dall’economia convenzionale delle tensioni inflazioniste o la perdita di competitività provocata dal comportamento dei margini di profitto. Una volta eliminata questa (scomoda) variabile, ci troviamo già nello spazio in cui si muove buona parte dei lavori in materia di competitività; questa dipenderebbe dai prezzi, che, a loro volta, si muoverebbero in funzione dei Clup.

I Clup contengono il comportamento di due variabili: i salari medi, espressi in termini nominali, e la produttività reale del lavoro (valore aggiunto per lavoro). Questo indicatore può indurre a confusione, infatti si mettono a confronto due variabili, una nominale (valore che incorpora la variazione dei prezzi) e un’altra reale (valore che è stato livellato). Per questa stessa ragione, perché si comparano variabili che sono misurate con criteri diversi, è normale che i salari (nominali) aumentino più della produttività (reale). In nessun modo si può dedurre da questa disparità di traiettorie che il paese in questione abbia perso competitività prezzo (non con questa informazione limitata) né che i salari debbano conformarsi all’evoluzione della produttività (salvo che l’obiettivo ricercato non sia diverso dalla riduzione dei salari nominali).

Più restrizioni (volute?): anche se, come abbiamo appena detto, i costi del lavoro per unità di prodotto mettono insieme due variabili, sono i costi del lavoro quelli che occupano il centro del dibattito. Ci troviamo così davanti ad un nuovo processo di riduzione, una nuova confusione, ma sembrerebbe che non esistano o non siano rilevanti i costi non lavorativi; per esempio, i consumi energetici (decisivi nell’economia spagnola), quelli associati ai beni intermedi utilizzati nei processi produttivi o l’ammortizzazione degli strumenti o i beni capitali. La cosa certa, comunque, è che, nonostante l’attenzione data ai costi del lavoro, la sua rilevanza – che fluttua molto a seconda dell’azienda e del tipo di attività – è relativamente ridotta e tende ad abbassarsi nel tempo.

Risulta anche confuso il concetto di costo del lavoro (il lavoro come costo), infatti suggerisce che la retribuzione dei lavoratori rappresenta un peso nel momento in cui si deve rafforzare la competitività delle aziende o delle nazioni. Ma non sono pochi gli economisti che, da diverse correnti di pensiero economico – quelle post-keynesiane, soprattutto, – sostengono il contrario: il miglioramento della capacità acquisitiva dei lavoratori e le politiche incentrate sul lavoro sono al centro delle dinamiche di crescita (Wage-led-growth) e l’ottenimento di miglioramenti nella produttività.

Nonostante il rischio che abbiamo appena segnalato, sembra chiaro che i costi unitari del lavoro dipendano sempre di più da ciò che avviene attraverso la produttività del lavoro. Anche in questo caso troviamo una camicia di forza, infatti spesso il tracciato di questo indicatore si fa dipendere dalla dimensione dell’organico e dalla necessità che le imprese dispongano di una regolamentazione del lavoro che permetta di ristrutturarlo (ridurlo). Si ignora o si omette che sono molti e molto diversi i fattori che determinano la produttività, tanto in scala micro che macroeconomica, fattori che superano di molto quelli relativi ai costi del lavoro e dei prezzi.

L’indicatore del costo unitario del lavoro è integrato da due componenti: i costi unitari del lavoro reali e i prezzi; i primi riflettono il peso relativo ai salari nelle entrate nazionali (la distribuzione dei redditi). Avremmo, così, due possibili spiegazioni di un eventuale aumento dei costi unitari del lavoro: che i salari assumono rilevanza (aumenta il lavoro, crescono i salari o una combinazione di entrambi questi fattori), o che i prezzi continuino ad aumentare. Se, come è successo nell’economia spagnola, le entrate di natura salariale sono diminuite in termini percentuali, allora il nostro sguardo deve dirigersi ai fattori che stanno dietro il comportamento seguito dai prezzi; e lì ci troveremo di nuovo con i margini di profitto.

Per chiudere il cerchio dove l’economia convenzionale serra il dibattito – relazione (di casualità) tra il costo del lavoro per unità e competitività – è necessario (e, ovviamente non dandolo per scontato) accreditare, in senso negativo, la posizione commerciale delle differenti economie. Ma l’evidenza empirica mette in dubbio questa presunzione: la suddetta relazione non esiste o è molto debole o punta in direzione contraria a quella prevista (visto che dipende dai periodi considerati o dai gruppi di paesi selezionati).

di Fernando Luengo: Membro di Econonuestra e Professore di Economia Applicata all’Università Complutense di Madrid

(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)