Il Presidente del Consiglio, promotore dell’Agenda ed eminenza grigia dell’alleanza di centro batte spesso sul tasto del superamento tra destra e sinistra; lo ha fatto anche sabato, a valle della riunione con Fini, Casini e il ministro Riccardi.

Da un punto di vista strettamente elettorale, è ovvio che il promotore di una formazione di centro, ancorché multiforme, che si propone di fare da ago della bilancia indispensabile tra una formazione di destra e una di sinistra tenti di combattere la polarizzazione in modo da attrarre quanti più elettori possibili dalle aree in cui questi si sono riconosciuti per decenni. Se non riuscisse in questo intento e l’elettore avesse a disposizione due schieramenti ben definiti come politiche e visioni del mondo, con programmi chiari e ben differenti, le chance di divenire il granello di sabbia nell’ingranaggio per impedire a una delle due parti di governare autonomamente avendo vinto le elezioni sarebbero ben poche.

Pertanto è indispensabile per Monti, Fini e Casini, convincere idealmente l’elettorato che destra e sinistra non esistono più e che i due schieramenti più forti sono due facce poco diverse di una stessa moneta; non molto diverso dall’atteggiamento di Grillo con la sua definizione di Pdl e di Pd meno L.

Per attuare questa strategia, la chiave è quella del riformismo anteposto al populismo o al conservatorismo; in questo modo Monti, auto-certificandosi come unico riformista ed etichettando gli altri come populisti (Pdl) o conservatori (Pd) vorrebbe magicamente sostituire al dualismo storico destra-sinistra quello riformismo-non riformismo.

Giochetto intelligente e portato avanti da Monti con stile, che Casini non dimostra quando fa riferimento reiterato e grossolano alla necessità che chi si candida a governare debba avere la maggioranza in entrambi i rami del parlamento; un bambino delle scuole elementari gli risponderebbe: “Pierferdi, è ovvio.”

In realtà Casini, nonostante le guasconate tipo “corriamo per vincere”, sembra consapevole dell’impossibilità di vincere le elezioni con la coalizione di centro e auspica probabilmente che si arrivi a uno stallo che renda possibile la riedizione degli anni 80 quando il Psi riusciva ad avere la presidenza del consiglio nonostante fosse numericamente un vaso di coccio tra due vasi di bronzo.

L’operazione di riscrittura delle categorie e di un po’ di storia recente e meno, diventa tanto più facile quanto più la Destra e la Sinistra abboccano all’esca lanciata loro, non contestando la patente di riformista che Monti si attribuisce e non rigettando l’etichetta di populisti e conservatori; il tutto da farsi ovviamente argomentando.

Un argomento possibile sarebbe quello che il termine riforme è assai generico e che si possono fare riforme di destra e riforme di sinistra; la distinzione non è particolarmente difficile. Si può ad esempio riformare la Sanità in modo che i servizi forniti gratuitamente dallo Stato si riducano a quelli essenziali per gli indigenti, promuovendo l’utilizzo di assicurazioni private oppure la si può riformare mantenendo allo Stato il controllo e cambiando la distribuzione delle strutture sanitarie sul territorio, creando centri di eccellenza e standardizzando i costi; sono due riforme con esiti ben diversi e implicazioni sociali anch’esse diverse.

Oppure si può riformare la previdenza come lo ha fatto Monti, con poca attenzione agli effetti collaterali immediati e alla effettiva sostenibilità o si può riformarla separandola per esempio in modo inequivocabile dall’assistenza e assimilando gradualmente il sistema a ripartizione a un sistema assicurativo; anche qui gli esiti e le implicazioni sociali sono diversi.

Si potrebbe continuare per quasi tutti i settori dello Stato che necessitano di riforme; il come farle dipende dallo scopo che ci si prefigge, o meglio dalla visione della società che si intende attuare con quelle riforme; e la visione della società è ciò che storicamente differenzia quella che viene convenzionalmente definita “destra” da quella che è definita “sinistra”, senza volere qui dare un giudizio qualitativo.

Per disinnescare la strategia elettorale di Monti, che peraltro sull’Europa e le modalità di appartenenza italiana alla stessa sembra particolarmente conservatore e poco predisposto a proporre riforme, basterebbe togliergli la patente di riformista che si è auto attribuito, riportando la sua coalizione a ciò che è: uno schieramento con legittime – e come tutte discutibili – idee su come riformare lo stato e sul tipo di società che vuole realizzare.

Per far ciò occorre che Pdl e Pd escano dalla genericità dei programmi, che ha pervaso prima di tutto l’agenda Monti, ricca di dichiarazioni generali e povera di contenuti programmatici dettagliati e producano propositivamente, prima dell’apertura delle urne, un elenco di riforme con misure concrete per attuarle. Così facendo riporterebbero la discussione politica dove deve stare e cioè: che tipo di polis vogliamo ri-fondare, con annessa richiesta all’elettore di valutare quale delle due visioni gli sia più congeniale. Restando sul terreno sul quale Monti astutamente li ha portati e lasciando all’elettore l’impressione sbagliata che non importi la qualità delle riforme proposte e che comunque le uniche sul tavolo siano quelli della lista – così detta civica – Monti, hanno solo da perdere, con il rischio che si debba subire un governo vagamente ricattatorio presieduto dalla terza forza elettorale oppure tornare a votare subito.

Il tempo per ricollocare Monti al posto giusto nell’immaginario collettivo non è molto, sarebbe bene che Destra e Sinistra si affrettassero.