A Servizio Pubblico Berlusconi di balle ne ha raccontate tante, troppe. Con il tono di voce sicuro di chi snocciola da anni dati e numeri senza contraddittorio. Nei passaggi cruciali il contradditorio è mancato anche a casa Santoro, in una fossa di leoni per lunghi minuti sdentati, intimoriti dal personaggio, dal demonio per anni attaccato in contumacia che dal vivo fa paura e mette quasi in soggezione. Poco male. Tra un paio di giorni ci saremo già dimenticati di tutto, le dichiarazioni saranno sepolte da nuovi proclami, le balle da nuove balle, seguite da smentite, insinuazioni, attacchi fino al fatidico 24 febbraio.

C’è però una balla in particolare che, se ripetuta nelle prossime uscite, rischia di creare un effetto valanga devastante: quella, colossale, sul debito. L’Italia ha un debito pubblico di 1.900 e passa miliardi di euro ma un “attivo” di 9.000 miliardi, ha sentenziato Berlusconi. Qualsiasi azienda farebbe salti di gioia di fronte a questi numeri. La questione del debito quindi non si pone, è un’illusione ottica, un pretesto dell’asse franco-tedesca per ridurre gli italiani alla miseria e alla sudditanza.

Il vero problema è che – nonostante il Cavaliere cerchi da sempre di farci credere il contrario – l’Italia non è un’azienda. E l’attivo in questione (che ammonta a 8.619 miliardi di euro) è il dato aggregato della “ricchezza delle famiglie italiane”, come evidenziato nell’ultimo rapporto della Banca d’Italia. Non è l’attivo dello Stato, quindi, ma delle famiglie.

Di questi 8.619 miliardi, poco più di 5.000 miliardi di euro costituiscono la “ricchezza abitativa” degli italiani (per l’84,1% abitazioni) e 3.541 miliardi di euro la “ricchezza finanziaria” (risparmi, titoli, azioni, ecc..). Le famiglie hanno però anche un passivo finanziario (mutui, prestiti personali, ecc..) di 900 miliardi di euro, quindi – per essere precisi – l’attivo netto delle famiglie italiane è di 7.700 miliardi di euro circa. Si tratta però sempre e comunque di famiglie, non dello Stato.

Ciò significa che, se vogliamo mettere in relazione – come ha fatto Berlusconi – i 1.900 miliardi di debito con la ricchezza delle famiglie italiane bisogna per forza che lo Stato intervenga per appropriarsi di tale ricchezza. Come ha già fatto con l’IMU e come potrebbe essere costretto a fare sempre di più se non si riuscirà a contenere il debito e il suo rapporto con il PIL. Come? Con nuove tasse sui patrimoni, prelievi forzosi sui conti correnti, aumenti delle imposte di bollo sui conti, aumento della tassazione sui capital gain e ulteriori ritocchi verso l’alto delle imposte sugli immobili. Operazioni sgradevoli e dolorose, soprattutto per la parte di elettorato che Berlusconi potenzialmente rappresenta.

In alternativa si può ridurre la spesa pubblica – come ha iniziato a fare con gli effetti che conosciamo il governo Monti, combattere seriamente l’evasione fiscale e rilanciare la crescita (che sta a denominatore nel rapporto debito/PIL), quella parola magica di cui tanti si riempiono la bocca, ma per la quale nessuno – e tantomeno Berlusconi – ha ancora proposto ricette credibili (mentre dovrebbe diventare il tema centrale della campagna elettorale).

Tra le sedie di Servizio Pubblico ne sarebbe bastata giusto una in più, occupata da un economista serio. Senza un contradditorio preciso sulle balle economiche si rischia di rovinare nella demagogia, promuovendo la diffusione di mezze verità e di teorie economiche da bar che non servono a nessuno. Ma forse l’obiettivo, fin dall’inizio, era proprio quello di buttarla in caciara, in commedia. In tal caso, bisogna dirlo, si è trattato di un pessimo spettacolo.