Hugo ChavezChávez tornerà. Tornerà “más pronto que tarde”, più presto che tardi, e troverà un paese, il suo paese, impegnato nell’unica transizione che davvero conti: quella verso il socialismo. Questo ha detto ieri, rientrato a Caracas, il vicepresidente (e ministro degli esteri) Nicolás Maduro, l’uomo che lo stesso Chávez, prima di salpare diretto all’Avana per sottomettersi a un’ultima operazione chirurgica – ultima, molti temono, nel peggiore dei sensi -, aveva indicato come suo autentico erede.

Quanto presto (o quanto tardi) non si sa. Non si sa neppure – sebbene, ormai, nessuno abbia il minimo dubbio – se questo ritorno avverrà prima o dopo l’ormai vicinissimo 10 di gennaio, giorno nel quale la Costituzione prevede il giuramento del presidente eletto di fronte all’Assemblea nazionale, molto chiaramente indicando come alternativa, in caso di assenza ‘assoluta’, la convocazione di nuove elezioni entro 30 giorni.

E proprio questo, il non far sapere, il non dire, sembra essere l’elemento centrale di quella che il corpulento Maduro chiama – su espressa indicazione, egli dice, del leader malato – ‘tutta la verità’. La verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, offerta al popolo, il ‘suo’ popolo, che, in queste ore, va pregando e nelle piazze e nelle chiese di tutto il Venezuela. “In questi giorni – ha detto Maduro parlando di fronte ai lavoratori d’una fabbrica di caffè – sono stati emessi almeno 26 bollettini medici…e sempre raccontando tutta la verità…”. Verissimo.
Così come verissimo è che, al termine di questo lungo racconto a cuore aperto, dello stato di salute di Chávez non si sa, in pratica, nulla. Neppure da che tipo di cancro alla ‘zona pelvica’ il presidente bolivariano sia stato colpito oltre un anno fa, a quali cure sia stato sottoposto, quali siano state le cause della sua ricaduta in un male del quale – come lo stesso Chávez solennemente affermò a settembre, nel pieno della campagna presidenziale – già si era completamente dimenticato (“de eso ni me acuerdo”); o, quel che più conta, quali siano le conseguenze di questa ricaduta. Chávez sta affrontando ‘con una forza immensa’ una situazione ‘complicata’, dice Maduro.  E questo è tutto…

Molti si interrogano – e non da oggi – sulla vera natura del chavismo, chiedendosi se si tratti di una dittatura o di una democrazia. La risposta sta, a mio avviso, salomonicamente nel mezzo. Quello venezuelano è – come a suo tempo il lungo dominio ‘priista’ in Messico e come il peronismo della ‘gran decada’ – un ibrido nel quale una totale identificazione tra Stato e potere esecutivo convive con l’esistenza di un’opposizione, con una relativa libertà d’espressione e con (più o meno) libere elezioni. Ma, se è vero, com’è vero, che il primo inequivocabile segnale della nascita d’un regime autoritario è la creazione di una Storia parallela, o la definizione d’una verità di Stato, il Venezuela di Chávez sicuramente appartiene – ed appartiene con quasi caricaturale precisione – a quest’ultima categoria.

Raccontare ‘tutta la verità’ significa essenzialmente – in questo Venezuela immerso nel limbo d’una transizione ufficialmente negata – imporre la regola del silenzio. E coprire di insulti tutti coloro che la verità – quella vera, alimentata da fatti provati – vanno impudicamente reclamando oltre le barriere d’una retorica adulatoria degna del vecchio Kim Il Sung. Nicolás Maduro e tutti gli altri boiardi del chavismo sono stati in questi giorni chiarissimi nella loro molto affettata indignazione: chi chiede d’avere un completo resoconto sulla salute del ‘comandante-presidente’ altro non è che un ‘necrofilo’, un ‘miserabile’, un ‘depravato morale’ da additare al disprezzo d’un popolo che è il popolo di Chávez. Anzi: di un popolo che è Chávez, perché è nel popolo che, comunque vadano le cose, Chávez vivrà ‘in eterno’.

Tutto è naturalmente possibile. E non si può escludere che davvero Hugo Chávez, reincarnazione di Simón Bolivar, ritorni ‘más pronto que tarde’ ingigantito dal miracolo della propria guarigione. Ma un fatto è certo. Nonostante la greve retorica para-religiosa di queste ore, anzi, proprio in virtù di questa greve retorica para-religiosa, è sicuramente come d’un morto che i suoi più stretti collaboratori stanno parlando di lui. D’un morto che appartiene a quella molto particolare categoria di defunti che vanno sotto il nome di ‘santi’. Perché è proprio alla santità di Chávez, o al suo mito (falso, come tutti i miti) di grande e trapassato padre della Patria, che il regime affida la propria continuità.

Il dopo-Chávez è già cominciato. È cominciato, probabilmente, già nel febbraio del 2012, quando Chávez ha conosciuto la sua prima ricaduta e la sua seconda operazione a Cuba. E, con il dopo-Chávez, è cominciato anche, in un clima di popolare isteria, il processo di beatificazione di Chávez. Come andrà a finire? Difficile dirlo. Ma certo è che, per capirlo, occorrerà seguire con attenzione, quelle che sono state le due nient’affatto sante fonti del potere (e, spesso, del totale arbitrio) del ‘comandante-presidente’.  O, per meglio dire, del ‘petro-caudillo’. Le armi e il danaro. Le forze armate ed il PDVSA, l’ente petrolifero statale. Qui si decide il destino del Venezuela. Una storia tutta da raccontare. E da raccontare senza verità di Stato.