I dirigenti di Google, nel caso Google/Vividown, sono stati assolti. Questo è tutto ciò che sappiamo. Non abbiamo ancora in mano la motivazione della sentenza milanese, e commentare senza conoscere la motivazione è terreno molto scivoloso per tutti (anche se, una volta, un anziano avvocato, in una Pretura dispersa nella nebbia della provincia modenese, mi confidò: “piena assoluzione, mezza motivazione”). Ciò non toglie che, a latere delle strette vicende processuali, si possano fare alcune considerazioni (si spera) interessanti.

L’osservatore esterno, sin dagli inizi di questa vicenda, aveva notato un forte conflitto in atto.

Il conflitto non era soltanto quello fisiologico tra le parti processuali coinvolte (che, in questo caso, fu particolarmente acceso: ricordo accuse reciproche, ben poco velate, di comportamenti scorretti), conflitto che connotò già in primo grado un processo “duro” (che mi sembra si sia molto ammorbidito in appello). Si generò un conflitto, infatti, anche tra i temi e gli argomenti in discussione e, in un certo senso, tra i valori che erano man mano presentati in aula.

Ricordo che i commenti spaziarono in ogni direzione: da approcci “etici” a piccoli trattati sulla natura del concorso di persone nel reato, da accuse di inadeguatezza della legge sulla privacy (o della normativa italiana in generale) sino a proposte di modifica del sistema (normativo) del commercio elettronico. E così via.

Questo conflitto di valori fu, probabilmente, l’aspetto più interessante del caso: aveva una forte connotazione umana, non solo derivante dalla persona del ragazzo coinvolto negli atti di bullismo e dalla dignità sua e dei suoi familiari, ma anche dall’idea stessa di responsabilità per determinati comportamenti in un mondo elettronico che stava offrendo servizi capaci di mutare il panorama vigente.

Cosa s’intende, in questo caso, per conflitto di valori? S’intende il caso in cui il giurista sia chiamato, in un certo senso e in determinate situazioni, a “pesare” tanti valori in gioco e a cercare di trovare una sorta di compromesso. Già è difficile trovare un simile equilibrio in casi dove non è presente la tecnologia; si pensi a quanto può diventare complesso farlo in casi che presentino, oltre a un lato umano molto forte (e spesso tragico), anche una tecnologia capace di mutare i comportamenti delle persone e, persino, lo sfondo dove si svolgono i fatti.

In un processo come quello di Google, la “filiera” dei valori era particolarmente lunga: il ruolo del provider di contenuti nel mondo della (nuova) informazione, le limitazioni di responsabilità correlate alla impossibilità “genetica” di tenere ogni informazione sotto controllo, la libertà d’impresa che non sia “legata” da vincoli illogici, la trasformazione in atto che eleva la rapidità nella diffusione dell’informazione a elemento di successo, ma anche la potenziale invasività, dannosità e capacità diffusiva di un’informazione nociva in Internet, l’amplificazione del “male” che viene portato alla persona e alla sua dignità, la difficoltà di individuazione di tutti i responsabili, la burocrazia e il ritardo nella reazione dei centri d’intervento preposti a un controllo “postumo”, il pensare ai servizi del futuro come sempre più “etici” e rispettosi della persona proprio per il fatto che saranno sempre più invasivi, sino ad arrivare al conflitto tra sistemi normativi di diversi Continenti e all’interpretazione differente di una situazione identica a seconda della sua “collocazione” geografica.

Sicuramente i giudici milanesi hanno dovuto “pesare” tutti questi elementi, e forse altri che ora mi sfuggono, in un processo che vedeva contrapposto il mondo del business (e di un business strepitoso: l’intermediazione nei contenuti multimediali prodotti dalle persone) a valori tradizionali della persona e a un cambiamento epocale in corso; le motivazioni ci daranno sicuramente molti più indizi circa il percorso interpretativo seguito.

Di certo, mai si era visto un legame così forte tra esigenze commerciali, valori dell’individuo, responsabilità individuali e oggettive e necessità di equilibrio; sono convinto che, indipendentemente da condanne o assoluzioni, questo caso abbia generato in tutti noi “esterni” alla vicenda un buon momento di riflessione (direi quasi: un insegnamento) e possa essere un buon punto di partenza per il futuro e per un ripensamento delle tecnologie, affinché non si dimentichi mai la persona, magari tenendo sempre come riferimento nobile la dignità di quel ragazzo che è stato oggetto degli atti di bullismo da cui tutto si è originato.