Ammettiamolo, nessuno ama pagare le tasse, anche se giuste o necessarie. Se poi si tratta di un’imposta che era stata abolita solo qualche anno fa con un colpo di scena elettorale, e che ora torna a colpire ancora, la frustrazione diventa ancora più comprensibile. Non a caso, ieri, Berlusconi ha nuovamente sbandierato l’abolizione dell’Imu, sapendo che questo gli avrebbe garantito più di un titolo sui giornali.*
Nonostante quello che ci piacerebbe sentire però, l’Imu é una tassa che va mantenuta per vari motivi. 

Primo, l’evidenza empirica a livello internazionale ci dimostra che la tassazione delle proprietà immobiliari (es. Imu) è il tipo di imposizione fiscale che reca minor danni alle prospettive di crescita di un paese – di gran lunga preferibile all’imposizione sui redditi di famiglie o imprese. Questo punto è rafforzato nel caso italiano dal dato, evidente nel grafico qui sotto, che il peso della tassazione sugli immobili in Italia è relativamente modesto se confrontato a quello negli altri paesi. Dal punto di vista dell’efficienza della nostra struttura fiscale, la (re)introduzione dell’Imu ha quindi una sua logica strategica.

Secondo, l’Imu dovrebbe portare nelle casse dello Stato circa 11 Miliardi all’anno. Questo costituisce circa la metà del risanamento attuato dal Governo Monti con la manovra ‘Salva Italia’. Dunque, se abolissimo l’Imu da dove reperiremmo queste risorse? Aumentare il debito non è, ovviamente, un’opzione data la reazione pressoché immediata che ci si può aspettare dai mercati. L’alternativa sarebbero dunque o aumenti di imposte di altro tipo (che, come abbiamo visto sopra, sarebbero maggiormente dannosi per la crescita) o tagli di spesa.

Assumiamo, nel caso estremo, che esistano spese eliminabili per 11 Miliardi, esattamente quanto richiesto per abolire l’Imu. Inoltre, ipotizziamo che l’eliminazione di queste spese non abbia alcun effetto negativo sull’economia (cioè che queste spese siano completamente inutili). Siamo sicuri che dedicare queste risorse all’abolizione dell’Imu sia la scelta migliore? La risposta è no. Siccome, l’imposizione fiscale sui redditi di famiglie e imprese è infatti maggiormente dannosa per la crescita rispetto all’imposizione sugli immobili, sarebbe molto più efficace dedicare queste risorse alla riduzione delle tasse sul lavoro, abbattendo il cosiddetto ‘cuneo fiscale’.

Infine, l’impatto distributivo del l’Imu sulle prime case è più equo di quello della vecchia Ici. Un quarto delle famiglie proprietarie sarà completamente esente. Se invece si considerano sia le prime che le seconde case, la misura ha un profilo distributivo pressoché identico al regime in essere nel 2007. 

Possiamo render l’Imu più equa? Certo, per esempio intervenendo sulle detrazioni Imu o sull’Irpef per ridurre l’impatto che si manifesta sulle famiglie più povere. Questo aiuterebbe anche a ridurre l’eventuale effetto negativo dell’Imu sui consumi. Inoltre, l’Imu andrebbe calcolato utilizzando valori di mercato invece che catastali per allineare meglio l’imposizione dovuta al vero valore del patrimonio immobiliare.
A ogni modo, anche considerando i difetti dell’Imu (che si possono aggiustare con interventi correttivi), una riduzione dell’imposizione sul lavoro sarebbe comunque preferibile all’abolizione dell’Imu, specie in un contesto di risorse limitate.

di Paolo Lucchino

*Per completezza, va ricordato che l’Imu é stata creata dal Governo Berlusconi e inserita nel decreto sul federalismo fiscale. Il Governo Monti ne ha semplicemente anticipato l’attuazione in via sperimentale.

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