Estrarre una buona fotografia da un foglio di provini è come scendere in cantina e prendere una buona bottiglia da condividere.”
Henri Cartier-Bresson

Quando un fotografo vi parla dei suoi contatti non apre l’agenda telefonica per elencare nomi e indirizzi.
E’ più probabile si riferisca ai suoi “provini”, quei fogli di miniature fotografiche allineate (ottenute stampando i negativi appunto a contatto) tra cui sceglie – o per meglio dire sceglieva – le immagini da ingrandire.
Lo spunto per parlare di questo recente passato, fatto a strisce, ci è dato da una mostra tanto anomala quanto intrigante presentata a Modica (Palazzo De Leva) e visibile dal 15 dicembre al 6 gennaio prossimo. Intitolata “Contatti. Provini d’autore”, rende omaggio a loro, i contact sheet, che per una volta sono i protagonisti. Lo spiazzamento è dato proprio dall’individuare foto celebri, alcune assurte ormai a icone, in mezzo a quelle – mai viste – riprese subito prima e subito dopo ma scartate e dimenticate. Cosa possibile solo frugando in questo “retrobottega” dei grandi fotografi.

Erano semilavorati della creatività fotografica, e sono spariti dall’orizzonte dell’odierno fotografo in un batter di ciglia, ciglia di occhio digitale. Inutile dire infatti che, ormai, solo pochi ammirevoli nostalgici persistono a remare faticosamente “in direzione ostinata e contraria” (citando De André), quando nientemeno che Kodak chiude la produzione di pellicole. Niente pellicole, niente più provini a contatto.
E così, nella mostra siciliana (raccolta dall’editore Postcart anche in un libro), queste segrete stanze dei grandi (da Albert Watson a Gianni Berengo Gardin, da Gered Mankowitz a Donna Ferrato) assurgono a veri feticci di un passato recente che odora già di mitologia.

I fogli di contatti che hanno accompagnato per decenni la vita e le decisioni di tutti i fotografi – va detto – celano talvolta segreti inconfessabili; motivo per cui molti maestri indiscussi della fotografia non hanno mai accettato di mostrarli, a cominciare dallo stesso Henri Cartier-Bresson, tra i fondatori dell’agenzia Magnum.
Guarda caso, proprio la Magnum recentemente ha realizzato un libro e una mostra “mettendo in piazza” i provini dei suoi fotografi, alcuni dei quali si sono assoggettati – gira voce – con una certa riluttanza.
E che dire del crescente collezionismo di contact sheet? Defunti come strumento operativo per le scelte del fotografo, risorgono come oggetto di culto. E’ sempre più frequente la loro presenza nelle maggiori case d’asta del mondo: da Christie’s a New York, nel 2009, un foglio di contatti di Robert Frank riguardanti The Americans è stato aggiudicato per 40.000 dollari (!). Per chi ha molta passione ma meno disponibilità economiche, è sufficiente digitare “contact sheet” su eBay.com per essere travolti da un mare di provini a pochi soldi ma spesso molto interessanti e perfino di autori noti, reperti di shooting che talvolta hanno come soggetto famosi personaggi del passato.

In tutto questo c’è indubbiamente anche un aspetto voyeuristico, che consente di mettere sotto esame il “non detto” del grande fotografo di turno, con l’implicita speranza consolatoria di scoprirlo più vulnerabile e dunque più raggiungibile.
Ma la ricaduta principale di questa mostra è didattica. Se la fuga è la sola scelta possibile davanti a mostre che nascono con intenti pedantemente didattici, qui tale aspetto non è programmato, ma s’insinua attraverso le inevitabili riflessioni di chi guarda.

Il fotografo già negli “anta”, anche se ormai convertito alla fotografia digitale, ha attraversato quella analogica mantenendone, in qualche misura, la filosofia; egli si è sottoposto, per anni, ai dubbi e alla fatica che quei “francobolli fotografici” gli hanno imposto. Già, fatica, perché l’editing è la fase più estenuante di ogni creazione, e il photoediting si è sempre nutrito di provini.
I fotografi che sono invece “nativi digitali” dovrebbero vedere questa mostra e assimilarne la lezione tra le righe. Abituati ai limiti della pellicola, i “vecchi” fotografi in genere scattavano (e scattano) col contagocce; c’era una parsimonia digitale (nel senso del dito) quando oggi si tende ad una bulimia digitale (nel senso del numerico).
Si scatta molto e si riflette poco. I fotografi “col rullino” generalmente scattavano poco e riflettevano molto. Come dimostrano i loro contatti disvelati, veri diari di un corpo a corpo.