Come diversi quotidiani (tra i quali proprio il Fatto) hanno annunciato, oggi Papa Benedetto XVI, nell’anticipare il messaggio della Giornata per la Pace, ha affermato che i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono “un’offesa contro la verità della persona umana” e “una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace“. L’affermazione si accompagna alla benedizione di ieri ad una elegante signora proveniente dall’Uganda, laureata in diritto delle donne, tale Rebecca Kadaga, la quale è portavoce del Parlamento ugandese e prima promotrice del progetto di legge destinato ad introdurre nel Paese la pena di morte per omosessualità (inclusiva di pene severissime per chi non denuncia l’omosessualità altrui). Proprio per tale suo contenuto, il progetto di legge è denominato Kill the gay bill.

Entrambe le vicende rivelano senz’ombra di dubbio che la barbarie è tornata tra noi in due versioni differenti, ma con la stessa radice.

La radice è quella del cattolicesimo, trasformato in messaggio rivolto non solo ai cattolici ma … a tutti! Già, proprio così.

Papa Benedetto XVI aggiunge infatti che “l’azione della Chiesa nel promuover[e il matrimonio tra uomo e donna] non ha carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa“. Capite? Non parla solo ai cattolici, ma a tutte le religioni, offrendo una visione del mondo che è definita naturale, universale, intrinsecamente umana. D’altra parte, la signora Kadaga aveva a suo tempo dichiarato pubblicamente che il Kill the gay bill è un “regalo cristiano” alla popolazione dell’Uganda, che lo chiede con forza. Entrambi si scagliano direttamente e senza esitazione contro le persone omosessuali: l’uno incita a discriminarle in materia matrimoniale, proprio il giorno dopo rispetto alla risoluzione del Parlamento europeo che raccomandava agli Stati membri di introdurre il matrimonio o le unioni civili per le coppie gay e lesbiche; l’altra li vuole uccidere.

Non vi è alcuna differenza tra un messaggio che incita alla discriminazione e uno che si augura la morte di un’intera categoria di cittadini. La morte sociale è anche fisica, come ben sapeva Hannah Arendt quando affermava che “la società ha inventato la discriminazione come arma idonea ad uccidere le persone senza spargimento di sangue”.

La vera domanda, però, a questo punto non è se il Papa debba tacere su precetti della Bibbia o limitare espressamente il proprio messaggio ai credenti, né se la signora Kadaga debba astenersi dal proporre una legge che introduce la pena di morte per le persone omosessuali. La vera domanda è fino a quando saremo disposti a sopportare tutto questo. Fino a quando i cattolici e i cittadini comuni – che sanno benissimo distinguere la pace dalla guerra, la libertà dal totalitarismo, il rispetto dell’altro dall’ipocrisia di chi usa il crocifisso e la Bibbia come delle spade contro il prossimo – saranno disposti ad accettare col silenzio, la tolleranza e l’acquiescenza l’incitamento all’odio, l’irrazionale giustificazione della violenza e la negazione dell’evidenza, e cioè che maggiori libertà e diritti per tutti non sono una minaccia alla pace, bensì il suo presupposto, sulla base della fonte dalla quale tali affermazioni provengono?

I Paesi e le istituzioni internazionali che chiedono a gran voce una maggiore inclusione delle coppie dello stesso sesso nel godimento dei diritti fondamentali non lo fanno perché sono impazzite, per puro autolesionismo o perché hanno perso la retta via. Lo fanno, al contrario, perché hanno capito benissimo che le loro società saranno migliori se gli stessi diritti sono riconosciuti a tutti senza distinzione di orientamento sessuale, e se le giovani generazioni di gay, lesbiche e bisessuali possono sperare in un futuro di relazione, affetto ed amore con la persona di loro scelta e non con quella che il governo o il legislatore qualificano come tale.

Due secoli fa, Edmund Burke diceva: “Affinché il male trionfi è sufficiente che le persone buone non facciano nulla“. E aggiungeva che “Nessuno commette errore più grande di chi si rifiuta di fare qualcosa perché ritiene di poter fare poco“. Aveva ragione.