Rivedere i tagli alla sanità imposti dalle ultime manovre finanziarie e dalla spending review. O si corre il rischio di far saltare la firma del nuovo Patto per la salute, accordo finanziario e programmatico tra il governo e le Regioni sulla spesa e alla programmazione del Servizio Sanitario Nazionale nel triennio 2013-2015. L’allarme lo ha lanciato la Conferenza delle Regioni sottolineando che “senza la soluzione delle questioni relative alle risorse finanziarie necessarie per l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza non solo non sarebbe possibile sottoscrivere il patto, ma si aprirebbe una situazione di grave e insostenibile incertezza”.

Incertezza che, naturalmente, andrebbe a danneggiare i comuni cittadini che si vedrebbero privati de facto di un servizio sanitario efficiente. Le Regioni sono molto tese sulla questione anche perché in molti casi la sanità rappresenta la metà del bilancio degli enti, come per la Campania che nel previsionale 2012 indica spese complessive previste pari a 22 miliardi di cui ben 10 sono destinati al settore. Ma anche della Lombardia che, su un bilancio da 23 miliardi di euro, ha destinato alla spesa socio-sanitaria ben 16,3 miliardi. A fare i conti sul tema della spending review è stata però la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) che grazie ad un’indagine di 45 tra Asl e ospedali, pari al 20% del totale per 212 fornitori coinvolti, ha escluso che si riesca a raggiungere per tutte le voci di spesa l’obiettivo di taglio del 5% nella riduzione dei prezzi al 2012 e del 10% per l’anno successivo.

“Nonostante il documentato impegno profuso dalle aziende sanitarie, nell’anno in corso i fornitori, in media, hanno concesso sconti solo del 2%, mentre la riduzione attesa per il 2013 cresce appena al 2,6% contro il 10% programmato dalla legge di stabilità – ha spiegato la Fiaso in una nota – E, dato ancora più clamoroso, sono proprio le Regioni più virtuose, quelle che non sono in piano di rientro dai deficit sanitari ad essere più in difficoltà, con sconti che toccano appena quota 1,8% nel 2012 e 1,9% nel 2013. Segno che i tagli lineari finiscono per penalizzare chi è stato fino ad oggi più efficiente e non quindi nella condizione di ottenere altre riduzioni di prezzo da contratti già ridotti all’osso”.

Per la Federazione questi risultati trasformano in un miraggio l’obiettivo di risparmi 2,7 miliardi nel biennio. Denaro che però è stato nel frattempo già detratto dal fondo sanitario nazionale in un contesto in cui per giunta, accogliendo una serie di ricorsi, il Tar Lazio ha congelato i prezzi di riferimento di 163 dispositivi medici e sanitari definiti a suo tempo dall’Authority dei contratti pubblici. “Prezzi molto bassi ai quali Asl e ospedali avrebbero dovuto chiedere ai fornitori di allinearsi”, continuano dalla Fiaso che evidenzia come il risultato della spending review  e della legge di stabilità è che, per il 95% delle aziende sanitarie, la politica del rigore si tradurrà in una riduzione dei servizi e delle prestazioni rese ai cittadini.

“Purtroppo i primi segnali non sono positivi”, commenta il presidente della Federazione, Giovanni Monchiero. “Molte aziende si vedono già costrette a tagliare su altri fattori produttivi, come ad esempio il personale, oltre a quei servizi territoriali dove è più facile intervenire, come l’assistenza domiciliare o quella agli anziani nelle case di riposo”. Il rischio è quindi che si colpiscano i più deboli con esempi concreti che vanno da “Rimini dove è stato sospeso il servizio di dialisi notturno che consentiva ai nefropatici che lavorano di continuare a farlo, alla virtuosa Toscana: la Asl fiorentina dal 10 dicembre garantisce solo gli interventi chirurgici urgenti e quelli oncologici”.

La situazione insomma è grave. Anche perchè tocca i servizi ai cittadini chiedendo alle Asl di ridimensionare la spesa e naturalmente di risanare i bilanci. Ma non di puntare sulla trasparenza che potrebbe per esempio far emergere i compensi corrisposti ai dirigenti delle aziende sanitarie, che sono enti di diritto pubblico legati a doppio filo con la politica. E non è facile reperire informazioni né sulla struttura dei loro consigli, né sui compensi degli amministratori né tanto meno sui bilanci. Eppure il settore va di certo ristrutturato perché una spesa complessiva del Servizio Sanitario Nazionale 2011 vicina ai 113 miliardi di euro (di cui 112,249 riferiti alle Regioni e 0,641 agli altri enti del Servizio sanitario nazionale finanziati direttamente dallo Stato), pari al 7,1% del prodotto interno lordo con 36 miliardi di spese per il personale, non è immaginabile.

Però per far quadrare i conti si spinge verso una cartolarizzazione degli immobili. Nello stile delle Scip, inventate dall’ex ministro Giulio Tremonti. Quelle che hanno permesso, come rivelato da Il Fatto quotidiano del 7 gennaio scorso, all’attuale Ministro della pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi di acquistare casa al centro di Roma, vicino al Colosseo, per 1.630 euro al metro quadrato. Ad insorgere, ad inizio anno, i comitati degli inquilini. Ma per la sanità chi impedirà la vendita agli “amici” di un immenso patrimonio immobiliare? Il clima è infuocato e le premesse per una nuova ondata di dismissioni ci sono tutte.