“Non operiamo in Spagna”, dice Cecilia Furio di Medici senza frontiere. Ma a Madrid la preoccupazione riguarda soprattutto i tagli nel sistema sanitario pubblico e gli immigrati cui è stata tolta la tessera sanitaria. Dallo scorso settembre, infatti, gli irregolari non posso più varcare la soglia di un ambulatorio senza pagare. Sono vittime indiscriminate della crisi dell’Eurozona. Ma non gli unici. Uno spagnolo su cinque è a rischio povertà. Lo confermano i dati diffusi dall’Istituto di statistica europeo, l’Eurostat, che tra i ventisette Paesi colloca la Spagna al terzo posto, dopo Bulgaria e Romania e poco prima della Grecia. La sequenza dei numeri iberici è tinta di rosso: 12,4 milioni di persone sfiorano la soglia dell’indigenza, stringono la cinghia sui beni di prima necessità e soffrono le difficoltà del mercato del lavoro. Cioè il 27% della popolazione (quattro punti sopra la media europea).

“In sostanza ci sono più persone che stanno male rispetto agli altri Paesi dell’Ue”, spiega José Manuel Caballol, direttore della Rete di supporto all’integrazione socio lavorativa (Rais). Senza contare quel 4% che quella soglia minima l’ha superata da un pezzo. Loro non possono permettersi di pagare un affitto o un mutuo, di far fronte alle spese di riscaldamento, di mangiare carne o pesce ogni due giorni, di avere una macchina, una lavatrice, una tv, perfino un cellulare. Non sono certo le vittime di un terremoto o di una tsunami in qualche lontano Paese orientale. Ma cittadini costretti a bussare alle porte delle Ong che da sempre hanno finanziato.

Lo scorso ottobre la Croce Rossa, per la prima volta, ha riportato lo sguardo a casa e ha lanciato una campagna per combattere la crescente povertà del Paese. Si chiama “Ahora mas que nunca” (Adesso più che mai) e vuole raccogliere 30 milioni di euro nei prossimi due anni per aiutare 300 mila persone. L’organizzazione aveva già assistito più di due milioni di spagnoli solo nel 2011. E il dato crescente sulle famiglie di classe media è preoccupante. Ne sa qualcosa in più la Caritas che ha registrato lo scorso anno un aumento del 40% delle famiglie con figli e del 18% monoparentali. Tutte coppie giovani, dai 20 ai 40 anni. E se nel 2007 i sessanta centri Caritas si occupavano di 370 mila persone, dopo quattro anni la cifra ha superato il milione. Praticamente un incremento del 174%. La maggior parte ha bisogno di generi alimentari. Poi c’è l’alloggio e il lavoro. Ma negli ultimi mesi è cresciuta anche la domanda di vestiti e medicine.

“Il problema è la progressiva frantumazione del sistema sociale”, spiega Francisco Lorenzo, coordinatore dell’Osservatorio sociale Caritas. “Il cambio strutturale, come conseguenza della crisi, sta trasformando in maniera profonda anche la vita di molte famiglie. Quello che perdiamo adesso in termini di assistenza sociale sarà difficile recuperarlo, una volta superata la crisi”. I primi a farne le spese sono come sempre i più piccoli. Anche Save The Children, tra la lotta per la sicurezza dei bambini siriani o per l’assistenza medica di quelli nigeriani, ha lanciato un appello per i piccoli cittadini spagnoli con l’Agenda infantile 2012-2015. “Sono più di due milioni i bambini che vivono in povertà nel nostro Paese. Bambini che non possono permettersi delle attività extrascolastiche, che non hanno libri, non ricevono regali. Alcuni senza un tetto”, dice preoccupata Yolanda Román, responsabile dell’impatto politico dell’Ong che a novembre ha presentato un duro video sulle condizioni di questi bambini. 

Il governo ha riconosciuto il dato allarmante, ma non ha adottato mezzi specifici per combatterlo. Nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite e le petizioni fatte da più associazioni, il Parlamento non è riuscito a mettersi d’accordo e a spingere l’Esecutivo a elaborare un piano contro la povertà dei più piccoli. Anzi l’ultima sforbiciata all’Educazione, con un taglio netto del 30% delle risorse, non farà altro che peggiorare la situazione.